l’analisi

Diventare sostenibili per finanziare la crescita

di Vitaliano D'Angerio


3' di lettura

Per apparire nei radar dei grandi fondi di investimento, c’è bisogno del bilancio di sostenibilità o, come l’ha definita il legislatore europeo, della dichiarazione non finanziaria (Dnf). È un passaggio ineludibile per i big societari come per le piccole e medie imprese. Al netto dei bla-bla su green, social, standard e affini, il vero paletto è la Dnf. In assenza di tale documento, l’azienda quotata non viene presa in considerazione; la non quotata avrà più difficoltà con i fondi di private equity e, in prospettiva, troverà più ostacoli anche nella richiesta di un semplice finanziamento bancario.

Il quadro di riferimento

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L’imprenditore deve sapere dunque che è cambiato il quadro di riferimento: all’investitore piccolo e grande, interessa sempre che l’azienda produca utili. Oggi però gli azionisti vogliono sapere, in aggiunta, in che modo quegli utili siano stati realizzati: se è stato rispettato l’ambiente (E di environment), i diritti dei lavoratori e più in generale della comunità (Social) e le basilari regole di governo dell’impresa (Governance). Fissazioni da filantropi? No. Un ormai ponderoso numero di studi e ricerche ha dimostrato che i criteri Esg consentono alle aziende di contenere i rischi come per esempio gli effetto del climate change. Le compagnie assicurative sono le più sensibili a tali temi visto che già ora devono risarcire i danni dai frequenti uragani e alluvioni provocate dall’innalzamento delle temperature.

La filiera responsabile

Il paradigma è cambiato e le imprese devono, giocoforza, prenderne atto. C’è infatti un ulteriore elemento che spingerà le aziende ad abbracciare i criteri Esg: le richieste delle multinazionali. La gran parte di quest’ultime sono quotate e sono sottoposte al forcing degli investitori sui temi della sostenibilità. Di conseguenza, devono garantire il rispetto dei criteri Esg anche da parte dei fornitori, ovvero la supply chain. Molte medie imprese italiane lavorano per multinazionali; da qui una serie di obblighi di certificazioni. In caso contrario c’è il serio rischio di perdere la commessa e addirittura di uscire dalla filiera.

Un documento boomerang

La Dnf è obbligatoria per le aziende quotate con più di 500 dipendenti. Fonti di Bruxelles già indicano una nuova soglia (250). Tale documento però può essere redatto in maniera volontaria già oggi da qualunque società quotata. C’è la Consob che sprona a farlo, segnalando che attualmente soltanto 9 imprese quotate hanno elaborato una Dnf volontaria. Troppo poco dice l’authority che vigila sui mercati finanziari italiani: si rischia di perdere una grande occasione.

Allo stesso tempo, però, è bene ribadirlo, una dichiarazione non finanziaria fatta male si trasforma in un boomerang. Il fattore reputazione è uno dei più potenti in ambito sostenibilità, può amplificare successi ed errori.

Suggerimenti e greenwashing

Ecco allora che i consulenti di settore danno un paio di consigli a chi si prepara ad elaborare una Dnf. Innanzitutto gli obiettivi di sostenibilità (dal taglio alle emissioni di CO2 all’aumento delle ore di formazione per i dipendenti) devono diventare parte integrante del piano industriale. Dal recente rapporto Kpmg-Nedcommunity sulle 200 aziende obbligate alla Dnf, si scopre che sono 34 (il 45%) le aziende ad aver integrato la strategia di sostenibilità nel piano industriale. Non è scontata quindi l’integrazione ma è di certo un obiettivo a cui tendere per dimostrare all’investitore il reale interesse verso il mondo Esg.

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