Corte europea dei diritti dell’UOmo

Divieto di tortura: Mosca condannata per il caso dell’avvocato Magnitsky

di Patrizia Maciocchi


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2' di lettura

La Corte europea dei diritti dell’Uomo condanna Mosca per i trattamenti inumani e degradanti e per l’iniquo processo postumo al quale è stato sottoposto l’avvocato Sergei Magnitsky. Morto in prigione nel 2009, ufficialmente per arresto cardiaco, ma in realtà in circostanze mai chiarite. Magnitsky avvocato, fiscalista di una delle più importanti
società d’investimento in Russia, Hermitage Capital Management fondata dal magnate americano Bill Browder, era finito in carcere , con l’accusa di frode fiscale, subito dopo aver denunciato il sistema di corruzione all’interno del colosso energetico Gazprom.

I trattamenti inumani - I giudici di Strasburgo accusano Mosca di aver violato i diritti umani, chiudendo Sergei Magnitsky, per oltre un anno sulla base di “sospetti”, in un carcere sovraffollato, con 20 metri a disposizione per 15 persone, di non avere fatto luce sulla sua morte né sulle ferite e sui lividi, pure riscontrati sul corpo nel corso dell’autopsia, di non averlo curato per le gravi patologie insorte dopo la carcerazione. E, infine di averlo processato dopo la sua morte: un processo postumo che si può giustificare in una paese democratico solo se il fine è la riabilitazione e non la condanna. Gli eurogiudici chiedono conto a Mosca delle molte violazioni riscontrate, ad iniziare dal diritto alla vita tutelato dall’articolo 2 della Convenzione. Strasburgo bolla come superficiale l’inchiesta per stabilire le cause della morte e quanto su questa abbiano pesato l’assenza di cure e di un intervento chirurgico, al quale il legale doveva essere sottoposto. Un’”indagine” che si è chiusa con un nulla di fatto e con la prescrizione nei confronti di un medico. Mosca ha violato l’articolo 3 della Cedu sul divieto di tortura. Magnitsky il giorno della sua morte era stato ammanettato per evitare, ad avviso del Governo, atti di autolesionismo dovuti ad una psicosi tossica. Le autorità negano che, alcune ore prima di morire, sia stato percosso con un manganello da agenti del carcere. Tesi che la Corte ritiene invece credibile perché compatibile con le contusioni riscontrare dai periti.

Il diritto ad un equo processo - Non è in linea con la Convenzione neppure la durata della carcerazione preventiva: dal 24 novembre 2008 fino alla morte avvenuta in prigione il 16 novembre 2009. Un tempo troppo lungo che poteva essere giustificato solo da buone ragioni. E la gravità delle accuse come il rischio di fuga o di influenzare i testimoni non bastano. Prima dell’arresto Magnitsky aveva chiesto un visto alla Gran Bretagna per lasciare la Russia. Una preoccupazione che, per i giudici di Strasburgo, poteva avere una ragione di essere solo nei primi tempi della detenzione. Quanto al pericolo di influenzare i testimoni il giudice interno non avrebbe dovuto affermarlo, senza aver prima analizzato altri elementi: i progressi che aveva fatto l’inchiesta e la personalità dell’indagato. Contro il diritto ad un equo processo, infine, il giudizio dopo la morte di una persona la cui colpevolezza non è stata stabilita quando era ancora in vita. Una scelta che non rispetta neppure il principio sulla presunzione di innocenza. La Russia dovrà versare alla vedova e la madre di Magnitsky 34 mila euro per danni morali.

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