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Divoratori della propria vita: nel romanzo di Walter Siti una cronaca della nostra autodistruzione

In «La natura è innocente», l’ultimo romanzo di Water Siti, i tre personaggi principali obbediscono a un desiderio distruttivo che scambiano per un istinto di natura, mentre è un bisogno culturale

di Gianluigi Simonetti


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Modenese. Walter Siti

5' di lettura

Da qualche anno a questa parte, non solo in Italia, è il momento delle biografie, e in particolare delle biografie romanzate, o biofiction (al cinema, dei cosiddetti biopic). Sul piano tematico è anche il momento dei romanzi “ecologici”, che prendono spunto dall’attualità per ricordarci che il nostro stile di vita sta sconvolgendo la natura e distruggendo la specie (e cosa c’è di più attuale, nella stagione della pandemia, di un promemoria come questo?). Le due tendenze convivono con una terza e più grande, l’avvicinamento in corso tra letteratura e giornalismo: il romanzo va in cerca di oggettività e cronaca per stimolare l’interesse di lettori avvezzi all’informazione-spettacolo, il giornalismo si fortifica con le armi della letteratura, sommando ai suoi antichi scopi pratici nuove pretese di artisticità. Da questi incontri tra ’storie vere’ e forme estetiche possono nascere libri appassionanti, o (più frequentemente) un fiume di sottoprodotti; in ogni caso un grande romanzo esplora verso l’alto o verso il basso, non si accontenta della ’verità’ che è già nell’aria. «La verità ha a che fare con la scienza e la giurisprudenza, non con la letteratura né con la vita. Si mente narrando come si mente vivendo, se è menzogna riportare il finito all’incommensurabile – l’incommensurabile è sempre con noi, qualche volta ci precipita addosso all’improvviso e altre volte ci stuzzica, ci provoca, per tutto il tempo della nostra durata».

Il nuovo romanzo di Walter Siti, da cui traggo questa frase, s’intitola La natura è innocente. Due vite quasi vere e racconta, a capitoli alternati, la biografia di due individui, coetanei e di umili origini, assurti brevemente (come si dice in questi casi) agli onori delle cronache: il catanese Filippo Addamo, assassino della propria madre (colpevole di aver abbandonato il tetto coniugale), e il romano Ruggero Freddi, culturista, escort e pornoattore di successo, bilaureato, attualmente professore di matematica a contratto presso un’università della capitale. All’incrocio tra una materia decisamente giornalistica e una forma orgogliosamente letteraria, La natura è innocente si offre come valido esempio per chiarire la differenza tra romanzo e biografia, e fra arte e storie vere. Abbiamo di fronte un romanzo, e non una semplice ’storia vera’, quando le nostre aspettative di lettori sono accresciute e ribaltate non dall’evolversi dei ’fatti’ stessi, ma dall’azione specifica della forma letteraria. La vita di Filippo, nella Natura è innocente, rinvia al dramma classico (attraverso una vicenda che si è davvero consumata, per ironia tragica, in una strada catanese che si chiama Via del teatro greco); quella di Ruggero piuttosto alla commedia di costume, o alla fiaba – il protagonista intraprende una scalata sociale che lo porta a sposare un principe, e diventare, con effetto comico, una principessa. Ma alla fine del romanzo realizziamo che la fiaba postmoderna di Ruggero non è meno angosciante della tragedia arcaica di Filippo; che due storie pur così diverse e lontane dialogano tra loro; e addirittura che rimandano, per vie tortuose ma implacabili, alla vita dello stesso Walter Siti: per cui la doppia biografia diventa tripla. Filippo uccide in sintonia con una società maschilista e patriarcale, ma anche per il desiderio censurato di rimanere nel ventre di sua madre, e più profondamente ancora per protesta contro ogni società («spegnere le madri significa svezzarsi dall’universo»). Ruggero si consegna alla dissociazione pornografica, rinunciando all’integrità psichica, per un bisogno elementare di successo, per coazione a «sentirsi felice», ma anche (e forse soprattutto) per fedeltà alla sua antica smania di sparire e di punirsi, per un’esigenza primordiale di negarsi come persona intera. Walter scopre, alla fine del racconto, di aver pedinato, nella storia di un matricida e di un pornoattore muscoloso, la sua stessa vocazione irrealizzata e inconfessabile («avrei voluto uccidere mia madre per essere libero di possedere tutti i pornoattori muscolosi»): i personaggi hanno fatto ciò che il narratore non ha saputo fare, il narratore ha scoperto, attraverso i personaggi, il nucleo oscuro della propria biografia. Ma appunto: nella vita vera tutto è casuale (e giornalismo e biografia mettono ordine nel caso); nel romanzo non è casuale niente, tutto ha senso e le prospettive si moltiplicano. Filippo troppo amato da sua madre, Ruggero non amato abbastanza dalla sua, Walter che l’amore materno l’ha sperimentato ma anche rinnegato, nel tentativo di diventare un altro (perché «se avesse continuato ad amare la madre la sua vita sarebbe stata fottuta per sempre»). Tre percorsi a loro modo eccezionali, ma non per questo al riparo dallo sfarinarsi nella media e nella massa; tre casi unici per nulla esenti dall’essere tipici; tre eccessi vitalistici che si rovesciano in istinto di morte - un suicidio simbolico, una scissione e una castrazione. C’è romanzo, e non semplice storia vera, quando le vicende dei singoli alludono a un destino collettivo: in questo caso il sospetto che ciascuno ormai percorra una spirale in cui «tutto si dimentica in un “che altro viene adesso”?»; in cui l’unica azione creativa e duratura è proprio l’artigianato della forma (i personaggi tramontano, solo il racconto resta). C’è romanzo - ed è il punto decisivo - quando l’introspezione psicologica e il riverbero della sociologia incontrano le domande basilari, scavando le risposte negli strati dell’inconscio personale e collettivo. Filippo, Walter e Ruggero hanno sentito il bisogno, ciascuno a suo modo, di «divorarsi la vita», non per goderla, ma per negarla dentro di sé; hanno obbedito più o meno inconsapevolmente a un desiderio distruttivo e l’hanno scambiato per istinto di natura – era invece un bisogno culturale, un «rimpianto del Nulla» (così lo chiama Siti) in gran parte condiviso dalla civiltà a cui apparteniamo. Questo rigetto della vita mascherato da ansia di vivere e di agire attraversa l’intera società. Le persone, nella vita, non se ne accorgono; se ne accorgono, nel romanzo, i personaggi. È il romanzo che verifica, attraverso i personaggi, il rapporto profondo che intercorre oggi tra la nostra cultura e la natura.

Compaiono spesso, nel libro di Siti (e fin dalla copertina), riferimenti a vulcani in eruzione; a metà del libro un Intermezzo vulcanico ambientato a Lanzarote sollecita inquietanti associazioni fra un’umanità che non sa di autodistruggersi e una natura che ogni tanto si scrolla gli uomini di dosso e li stermina senza farci caso. Ma le storie di Filippo, Walter e Ruggero, arrivate al loro esito, complicano il quadro. La natura è innocente perché obbedisce a leggi cosmiche, di morte e di rinascita; è la cultura che è colpevole, perché libera - libera di scegliere ed illudersi, sbagliare e suicidarsi («il progressismo è colpa in quanto significa linearità, sottovalutazione di ciò che devia; il con¬servatorismo è colpevole perché idealizza lo status quo; il multiculturalismo lo è perché stressa tutti con troppe pretese…»). Si ritorna, evidentemente, alla stretta attualità, addirittura ai nostri giorni, ai nostri virus. Le news invecchiano, la grande letteratura è sempre come nuova.

La natura è innocente.
Due vite quasi vere

Walter Siti

Rizzoli, Milano,
pagg. 352, € 20

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