famiglie in crisi

Divorziare senza litigare: gli avvocati scommettono sugli accordi condivisi

Cresce in Italia il «metodo collaborativo» nato negli Usa per risolvere le crisi in modo pacifico. L’italiana Francesca King nominata presidente dell’associazione internazionale Iacp

di Valentina Maglione


default onloading pic
(snowing12 - stock.adobe.com)

4' di lettura

«Ogni famiglia infelice è infelice a suo modo, come scrive Tolstoj, ma tutte possono avere l’ambizione di risolvere i loro conflitti in modo costruttivo». Parola di Francesca King, avvocato a Milano specializzata in diritto di famiglia e convinta sostenitrice della “pratica collaborativa”: uno strumento per risolvere le liti tra ex partner (ma non solo) con accordi condivisi, nato negli anni Novanta negli Stati Uniti e che si sta diffondendo in tutto il mondo.

L’Italia nel “movimento collaborativo” è entrata relativamente di recente ma ha già conquistato un ruolo importante. Le principali associazioni che promuovono il metodo hanno debuttato nel 2010: l’istituto italiano di diritto collaborativo e negoziazione assistita a Roma e l’associazione italiana professionisti collaborativi (Aiadc) a Milano. Oggi riuniscono alcune centinaia di professionisti: soprattutto avvocati, ma anche psicologi, commercialisti, esperti di relazioni familiari e facilitatori della comunicazione. E a ottobre del 2019 l’avvocato King, che è stata tra i soci fondatori di Aiadc e l’ha presieduta fino al 2016, è diventata presidente dell’associazione internazionale Iacp, International academy of collaborative professionals: si tratta della prima volta che il ruolo di vertice è coperto da un professionista non proveniente dal Nord America.

Francesca King

Al centro i bisogni delle persone
Ma che cos’è esattamente la pratica collaborativa? Si tratta di un metodo per risolvere le controversie senza andare in tribunale. È di fatto un tipo di negoziazione assistita, lo strumento con cui i litiganti si impegnano a cercare un accordo con l’aiuto degli avvocati. Ma favorisce un approccio interdisciplinare: accanto agli avvocati interviene di regola un esperto neutrale - come nella mediazione - con lo scopo di garantire una comunicazione efficace e un’attenzione alle dinamiche relazionali; in base alle esigenze di quella famiglia possono intervenire un esperto dell’età evolutiva o un esperto finanziario, anch’essi formati al metodo collaborativo.

In Italia la negoziazione assistita è stata introdotta nel 2014 ed è usata soprattutto per le separazioni e i divorzi (nell’85% dei casi circa, secondo le rilevazioni del Consiglio nazionale forense). «Una novità legislativa che ci ha aiutato molto - dice Marina Petrolo, avvocato a Roma e presidente dell’istituto italiano di diritto collaborativo e negoziazione assistita - perché ha dato una veste normativa alla pratica collaborativa».

Ma il metodo collaborativo va oltre la negoziazione perché, spiega Francesca King, «mette al centro le parti in lite, per aiutarle a individuare i loro veri bisogni e a comunicarli, in modo da raggiungere un accordo condiviso».

Qualche esempio? «L’assegnazione della casa coniugale», dice King: «Quando una coppia si separa, la legge riconosce al coniuge con cui vivono i figli, sovente la moglie, il diritto di abitare nella casa che era della famiglia, anche se appartiene, ad esempio, al marito o ai suoi genitori. Ma quando c’è conflitto su questo punto può essere meglio trovare soluzioni diverse e “creative”, anziché intestardirsi a difendere le proprie posizioni».

I principi del metodo
L’obiettivo della pratica collaborativa è creare un clima di fiducia tra le parti e i loro avvocati, nella convinzione che così si arrivi a esiti tutelanti. Lo sosteneva l’ideatore del metodo, l’avvocato familiarista americano Stuart Webb, che in una lettera scritta nel 1990 osservò come a volte, per caso, tra le parti in lite assistite dagli avvocati si forma «un clima positivo» che consente di raggiungere soluzioni creative e soddisfacenti; e si chiese «Perché non creare questo clima deliberatamente?».

Per farlo, il metodo collaborativo punta su due pilastri:

1) gli avvocati devono lavorare esclusivamente per aiutare le parti a trovare un accordo e si impegnano a non difendere i clienti se dovessero decidere di andare in giudizio;

2) la negoziazione deve essere improntata ai principi non solo di buona fede e lealtà ma anche di trasparenza, che implica di condividere tutte le informazioni rilevanti, senza reticenze.

Perché conviene?

Risolvere una crisi familiare con il metodo collaborativo «migliora la qualità dell’accordo», spiega Petrolo: «Quando una coppia affida il suo futuro a un giudice, per quanto specializzato, non può che ottenere decisioni standard. Noi invece riusciamo ad arrivare ad accordi sartoriali, su misura, e più complessi, perché lavoriamo sugli interessi».

Attenzione, però. La pratica collaborativa non è la soluzione giusta per tutte le coppie. «Va esclusa - afferma King - sia nei casi in cui non c’è conflitto, sia, all’altro estremo, nelle situazioni gravi, come quelle di violenza domestica». Ci sono, poi, anche casi in cui le parti in lite sentono il bisogno di avere la decisione di un terzo. «Qui entrano in gioco gli avvocati - dice King - che possono spronare i litiganti a non cedere alla rabbia e a cercare una soluzione condivisa».

Le prospettive

Perché la pratica collaborativa funzioni bene, occorre che entrambi gli avvocati e i professionisti eventualmente coinvolti siano formati per applicarla. Per questo le associazioni puntano molto sulla formazione, elemento-chiave per permettere che il metodo si diffonda, e organizzano corsi base e di approfondimento.

Oltre ai corsi, ci sono i practice group: gruppi di professionisti collaborativi attivi in varie città, che organizzano periodicamente momenti di confronto e incontri di approfondimento su temi specifici.

Non solo separazioni e divorzi. «Aiadc- spiega Daniela Stalla, avvocato a Torino e presidente dell’associazione - ha istituito una commissione di studio per esaminare la possibilità di estendere l’ambito di applicazione del metodo collaborativo. Funziona bene in tutti i conflitti ad alto tasso di emotività e dove ci sono relazione da preservare: penso a divisioni, rapporti tra soci, cause di lavoro. A Torino - prosegue - un gruppo di lavoro sta sperimentando l’applicazione alle questioni societarie. Siamo al livello di simulazioni: si individua un caso conflittuale e si prova a negoziare».

Ma «la spinta per provare ad allargare il perimetro d’azione del metodo collaborativo è globale», rivela King: «Nei Paesi Baschi, ad esempio, si sta provando ad applicare il metodo anche ai casi di danni che derivano da colpa medica».

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...