La via stretta dell’incostituzionalità

Dj Fabo, il caso Cappato davanti alla Corte costituzionale

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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(ANSA)


4' di lettura

Martedì 23 ottobre nel Palazzo della Consulta risuoneranno parole come vita, morte, dignità, autodeterminazione, salute. La Corte costituzionale è, infatti, chiamata a pronunciarsi su uno dei più delicati casi della sua ormai lunga storia. Deve decidere se sia conforme alla Carta l’articolo 580 del Codice penale, quando punisce l’agevolazione materiale al suicidio di una persona libera e consapevole (articolo 580 del Codice penale). La questione nasce nel processo che si sta celebrando nella Corte d’Assise di Milano a carico di Marco Cappato, imputato di tale reato per aver aiutato Fabiano Antoniani a porre fine alla sua esistenza.

I fatti sono noti. L’uomo è cieco e paraplegico, imprigionato in un corpo martoriato da sofferenze irreversibili e nutrito artificialmente. Decide di porre fine alla sua esistenza e si rivolge, tramite la sua fidanzata, a Marco Cappato, che gli dà informazioni sulla clinica svizzera dove potrebbe assumere un farmaco con cui morire senza dolore e poi lì lo accompagna. Una volta giunti nella clinica, gli offre una sia pure minima assistenza prima del suicidio medicalmente assistito (egli riesce ad assumere da solo il farmaco mordendo una siringa).

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Il dramma si è in qualche modo trasferito nel processo milanese, con le testimonianze cariche di dolore e umanità dei congiunti di Antoniani e con la stessa richiesta di assoluzione da parte dei pubblici ministeri, per i quali non poteva essere illecita una condotta necessaria a consentire a un soggetto l’esercizio di un diritto, quello di interrompere la propria esistenza, quando questi non la ritenga più dignitosa e sia in uno stato patologico irreversibile, accompagnato a notevoli sofferenze.

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Ben diverso sarà il processo davanti alla Corte costituzionale: in qualità di giudice che valuta leggi, la Corte prescinderà da quella che i giuristi chiamano la fattispecie concreta, che vede coinvolte le persone in carne ed ossa, e ci dirà se è incostituzionale la norma che prevede la reclusione da 5 a 12 anni per chi agevola il suicidio. Va da sé che la pronuncia della Corte potrà essere determinante per la condanna o l'assoluzione di Cappato. Ma non è questo su cui si giocherà il giudizio di martedì.

I giudici costituzionali dovranno invece capire se la previsione della sanzione penale, indiscriminatamente, per tutti i tipi di agevolazione al suicidio, sia rispettoso di alcuni principi costituzionali, quali la libertà di autodeterminazione secondo le proprie convinzioni morali, il diritto a una vita dignitosa, il diritto a un rifiuto consapevole e informato delle cure. In termini tecnici, la Corte costituzionale dovrà accertare se questa norma non sia manifestamente irragionevole, tenuto conto che il suicidio, in sé, non è reato, che l’agevolatore realizza solo un aiuto materiale, ben separato dall’evento morte, che chi ha deciso di porre fine alla sua vita lo ha fatto interamente per sua libera e consapevole scelta.

Non sarà un compito facile per tanti motivi. In primo luogo, la Corte d’Assise di Milano ha posto la questione con contorni che avrebbero potuto essere più netti, ad esempio richiamando anche la violazione del diritto alla salute e dunque al rifiuto di trattamenti sanitari. Ma soprattutto, il giudice rimettente, forse improvvidamente, ha chiesto di sottrarre all’incriminazione chi, senza “istigare”, abbia agevolato la realizzazione del suicidio, senza altre condizioni, quasi sottintendendo l’esistenza di un vero e proprio diritto al suicidio tout court.

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La via dell’incostituzionalità si fa allora un po’ più impervia di quanto avrebbe potuto essere. La Corte costituzionale dovrebbe infatti, se pensa di accogliere la questione, delimitare, chirurgicamente e in via autonoma, le condizioni che consentono di escludere uno spicchio di condotte di agevolazione al suicidio dall’area del punibile: sul piano oggettivo, uno stato irreversibile, specie se accompagnato a sofferenze e su quello soggettivo, la coscienza e volontà delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

È il nostro giudice costituzionale abilitato a questo tipo di interventi mirati e circoscritti? A nostro avviso sì, e vi sono precedenti, a patto che non sconfini nell’attività di scelta politica, riservata al Parlamento.
La strada è comunque stretta e richiederà uno sforzo notevole, proprio perché presuppone una delicata e complessa attività di estrazione dalla Costituzione delle condizioni in cui ridefinire il perimetro dell’articolo 580 C.p. Questa operazione è resa ancora più problematica, per il fatto che in gioco vi è la protezione del bene vita dei soggetti fragili, che non devono rimanere sprovvisti di tutela in sede penale.

Non sappiamo se la Corte avrà il coraggio di intraprendere questa strada. Un modo per aiutarla a liberare dalla loro prigione le persone come Fabiano Antoniani, è sottolineare che dichiarare l’incostituzionalità della pena non significa riconoscere che esiste sempre e in ogni caso un diritto a lasciarsi morire, ma solo che, fermo restando che il suicidio è tollerato dall’ordinamento, nelle eccezionali situazioni come quella di cui si tratta, coloro che li assistono materialmente non devono essere puniti. Insomma, che esiste il diritto a non soffrire più, quando si è in una condizione di dolore senza speranza, circostanza che escluderebbe la possibilità di punire chi si limita ad aiutare, per mera pietà, la persona che intraprende questa strada buia.

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