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Dl aiuti, via libera dalla Camera: testo passa al Senato. M5S non partecipa a voto

Il testo è stato approvato a Montecitorio con 266 voti a favore e 47 contrari. Il provvedimento passa ora all'esame del Senato dove deve essere convertito in legge entro sabato prossimo, 16 luglio

Conte: “Di Maio ha rinnegato principi e valori professati per anni, uscita M5S scelta conseguente”

4' di lettura

Via libera dell’Aula della Camera al dl Aiuti. Il testo, approvato a Montecitorio con 266 voti a favore e 47 contrari. I deputati M5S, che avevano votato la fiducia posta dal governo, non hanno partecipato alla votazione finale contestando alcune scelte del provvedimento in campo energetico e quella relativa, in particolare, al termovalorizzatore di Roma, considerata una “forzatura”. dichiarazioni di voto finali sul Dl aiuti. «Il nostro sostegno al Governo - aveva precisato il capogruppo M5S, Davide Crippa, in Aula alla Camera nel corso delle dichiarazioni di voto finali sul Dl aiuti nel suo intervento - è stato esplicitato con il voto di fiducia, la scelta del voto di oggi è dettata da questioni puntuali, di merito e di metodo»

Il testo con le ulteriori misure dettate dalla crisi ucraina, e stimate complessivamente in circa 26 miliardi, passa ora all'esame del Senato dove deve essere convertito in legge entro sabato prossimo, 16 luglio. Il decreto legge prevede interventi in materia di energia (nel testo è confluito anche l'ultimo ‘decreto bollette'), produttività delle imprese, attrazione degli investimenti e sostegni sociali.

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Al Senato voto unificato

Il passaggio più denso di incognite per il Dl Aiuti è ora al Senato, dove il decreto approda martedì 12 luglio e dovrebbe essere approvato entro giovedì 14. Per ora i Cinque Stelle non scoprono le carte ma il focus è stretto intorno alle soluzioni utili a tenere sulle spine il Governo nell’attesa di passi concreti nella propria direzione. I ragionamenti riguardano essenzialmente l’ipotesi di un “non voto” con l’uscita dall’Aula. Una possibilità che, nonostante i numeri sicuri per la maggioranza anche senza il Movimento, scoperchierebbe di fatto il vaso della crisi dagli esiti imprevedibili per la fine stessa della legislatura. Con una difficoltà in più rispetto alla Camera, perché al Senato voto sulla fiducia e sul provvedimento sono unificati. E la tenuta della maggioranza torna, lì sì, politicamente in discussione.

I rischi numerici di uno strappo

Le prossime ore saranno dunque decisive per inclinare il piano verso la crisi o la ricomposizione. Nonostante la linea dura sia prevalente, non tutti i grillini sarebbero pronti all’addio. Uno strappo, secondo i calcoli degli ex compagni di squadra di Ipf porterebbe un’altra quindicina di parlamentari dalla parte di Di Maio. Un suggerimento che nelle ultime ore alcuni democratici avrebbero recapitato a Conte è votare la fiducia al Senato, mettendo a verbale con una dichiarazione di voto le contrarietà sui contenuti. In questo modo si eviterebbe il salto nel vuoto. Poi, l’accoglimento delle nove richieste fatte a Draghi potrebbe essere soppesato, più concretamente, nella Nadef di settembre.

Sibilia: se non migliora potremmo uscire dall’Aula

La linea è chiara nelle parole del sottosegretario Carlo Sibilia. «Non vogliamo un Papeete bis, ma il salario minimo. Noi abbiamo portato nove proposte al premier, a partire dal problema dei crediti fiscali del Superbonus fino agli stipendi dei lavoratori. Non abbiamo concetti precostituiti contro il Governo ma chiediamo determinati aiuti a famiglie e imprese». L’obiettivo sintetizzato da Sibilia sta nel creare un «tampone sociale» che accompagni la transizione ecologica. «Il ministro del Lavoro Orlando ha affermato in queste ore che la norma sul salario minimo è pronta. È una buona notizia. Attendiamo feedback dalle altre forze politiche».

Dal Pd invito a lavorare sui temi

Guardando a un dialogo anche in chiave futura il Pd tende una mano ai pentastellati che, consegnato il documento con le loro nove priorità al premier, hanno un piede dentro e uno fuori dall’esecutivo. Basta con i politicismi, è il messaggio dei democratici, che indicano una via concreta per uscire dall’impasse: lavorare sui temi, «dando risposte sui salari e sul welfare». Ai pontieri del Pd si è unita anche LeU con la senatrice e capogruppo Loredana De Petris che offre un’importante sponda sul documento consegnato al premier dal suo predecessore. «I punti chiave segnalati dal M5S nella lettera a Draghi non sono bandiere identitarie o bizze. Sono le urgenze effettive di questo Paese. Nodi che vanno affrontati e sciolti».

Parte discussione sul salario minimo

Martedì 12 luglio è in agenda anche l’incontro con i leader sindacali su salario minimo, stipendi e lotta all’inflazione, mentre sono ancora in via di definizione le possibili misure per rateizzare le cartelle e risolvere «una volta per tutte» il dossier cessione dei crediti che incaglia il Superbonus. In Parlamento, però, gli ostacoli non mancheranno. Per togliere vento alle vele del Movimento tornato barricadero la Lega annuncia guerriglia dal canto suo su ius scholae e liberalizzazione della cannabis.

Gli spazi di manovra sulle priorità

Dunque reddito di cittadinanza, Superbonus, taglio del cuneo fiscale, salario minimo e nuovi provvedimenti contro il caro energia. A breve i pentastellati aspettano qualche segnale da Palazzo Chigi e in base a questo - si ragiona in ambienti del Movimento - si deciderà come votare al Senato. Il premier riflette sulle priorità indicate nel documento di Conte. E sui dossier sociali, secondo quanto filtra da fonti parlamentari, il presidente del Consiglio potrebbe offrire un’importante sponda al suo predecessore, stretto tra la responsabilità di un addio traumatico al governo e le spinte a restare. Secondo FdI, a Palazzo Madama «non accadrà nulla. Alla fine il governo andrà avanti più ammaccato di prima».

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