L'intervista. Giulio De Carli

«Dobbiamo guarire dalla malattia del gigantismo»

di Paola Pierotti


2' di lettura

«Per progettare infrastrutture aereoportuali green, corrono in soccorso le nuove tecnologie e il digitale, le cosiddette smart solution. Gli aereoporti sono formidabili catalizzatori di dati che possono essere messi a disposizione per ottimizzare i flussi e garantire che l'hub sia efficiente e performante. E ancora, in termini di costruzione, si possono certificare tutti i prodotti che concorrono a realizzare l’edificio, fino all’ultimo minimo elemento, ma se l’operazione è ammalata di gigantismo, non si farà mai sostenibilità vera». Parla Giulio De Carli, fondatore e partner della società One Works. Tre sedi in Italia, basi a Londra, a Dubai per seguire il mercato nel Medio Oriente, e a Singapore e Bangkok per le opportunità in Asia. Una squadra di 150 professionisti che proprio con il settore aereoportuale copre il 40% del fatturato.

Architetto, cosa intende con questo riferimento al gigantismo?

Penso a tanti nuovi aereoporti costruiti nel mondo negli ultimi anni. Ad esempio, il nuovo di Doha, molto funzionale, ma che se fosse stato concepito con volumi più contenuti, sagome più efficienti, migliori connessioni tra le parti, potrebbe essere ancora più performante. Dentro il nuovo terminal corre addirittura un people mover: la struttura è stata progettata per minimizzare i rumori, rendere compatibili architettura e mezzo di trasporto, con una hall dimensionata appositamente.

Come si traduce quindi oggi la definizione “green”, per il settore specifico?

Significa costruire infrastrutture che consumano poco in termini di energia, che gravano il meno possibile sull’ambiente, e appunto che sono realizzati con materiali che a loro volta hanno seguito un percorso certificato fino alla loro installazione in cantiere. Si associa la voce “sostenibilità” a quella “green” e si constata che molte delle architetture più recenti si distinguono per un abbondante piantumazione di alberi o per la predisposizione di ampi prati verdi. Ma la vera carta vincente riguarda l’investimento nella pianificazione, nell’approccio sistemico.

Ovvero?

Non basta rispettare dei parametri codificati, ma serve apportare valore aggiunto con ricadute dirette sul traffico, l’accessibilità, il benessere e il confort, la gestione dei flussi. Non è sufficiente realizzare un’infrastruttura che funziona, bisogna aggiungere altri concetti che hanno a che fare con il controllo delle prestazioni.

Il vostro outlook del mercato?

Si lavora sugli aeroporti esistenti (brownfield) con operazioni di retrofit, intervenendo sul costruito per garantire le migliori prestazioni possibili, e su progetti ex novo (greenfield). Nella prima categoria rientra anche Venezia dove nel 2017 abbiamo realizzato una galleria ricavata in uno spazio tra due corpi di fabbrica: un’operazione di ottimizzazione degli spazi. Per Genova consegniamo entro l’anno il progetto di ampliamento del terminal e a Riga stiamo intervenendo sull’esistente con un progetto di ampliamento in connessione con la nuova stazione AV. Tra gli aeroporti ex novo, dove è prevista anche una airport-city, siamo impegnati in un’operazione pubblico-privata in Tailandia, per U-Tapao che punta a raggiungere i 50 milioni di passeggeri.

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