Studenti e ricercatori

Docenti contro Big Data: sviluppare piattaforme nostre

di Redazione Scuola

2' di lettura

I fenomeni che cambiano la vita sono quelli che nascono senza clamori, e che piano piano mutano la fruizione delle cose, o le abitudini. Tra questi possiamo certo considerare le piattaforme digitali, i social e i prodotti di software che quotidianamente usiamo. Tutti i principali afferiscono a una stessa galassia di multinazionali, che rappresentano un intero ecosistema digitale contro il quale, però, recentemente, si sono rivoltati svariati docenti universitari che sottolineano la necessità di costituire reti e piattaforme nazionali, o delle singole istituzioni, autonome, open source e non di proprietà di qualche società, specie se speculativa.

«Le scuole e le università italiane, da quando è iniziata l'emergenza Covid, si sono affidate per la gestione della didattica a distanza a piattaforme e strumenti appartenenti perlopiù alla galassia cosiddetta “Gafm” (Google, Apple, Facebook, Microsoft e Amazon) - spiega Domenico Fiormonte, docente di Sociologia della comunicazione all'Università Roma Tre e promotore insieme ad altri docenti di una lettera aperta -.Tuttavia, il 16 luglio 2020 la Corte di Giustizia europea ha emanato una sentenza molto importante (C-311/18) dove, in sintesi, si afferma che le imprese statunitensi non garantiscono la privacy degli utenti secondo il regolamento europeo sulla protezioni dei dati, conosciuto come Gdpr (General data protection regulation). Dunque allo stato tutti i trasferimenti di dati da Ue a Stati Uniti devono essere considerati non conformi alla direttiva europea e perciò illegittimi. Questo - prosegue - non solo nell'interesse di docenti e studenti, che hanno il diritto di studiare, insegnare e discutere senza essere sorvegliati, profilati e schedati, ma perché Gafam ha la forza e il potere per plasmare il futuro dell'educazione in tutto il mondo, ed esistono già progetti in cui la “didattica integrata” prevede contenuti culturali imposti da queste società e per le scuole che aderiscono non è possibile mutarli. Infine, sebbene possa apparirci fantascienza, si parla già di intelligenze artificiali che 'affiancheranno' i docenti nel loro lavoro».

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Eppure a tutti i genitori sarà capitato, in questi mesi segnati dalla pandemia, di dover aprire delle caselle email di noti marchi, di dover usare piattaforme digitali dei giganti del web. E sulla base di quale criterio? E la tutela degli alunni?

Il ministero dell'Istruzione ha siglato i protocolli la scorsa primavera, prima della sentenza quindi, e da più parti, ora, si chiede un ripensamento. In un'altra lettera aperta promossa dal professor Raffaele Meo (membro del Cnr, docente emerito del Politecnico di Torino) e dalle associazioni di software libero alla ministra Azzolina, si ricorda che «le scuole sono tenute a scegliere le soluzioni da acquisire solo dopo aver realizzato la valutazione comparativa prevista dall'articolo 68 del Dlgs 82/2005, che impone di preferire software libero», come successo in Germania, ad esempio, dove Zoom sarebbe stata estromessa.

«Ad esempio - scrive il professor Meo - nell'arco di pochi giorni alcuni tecnici del Politecnico di Torino hanno realizzato, utilizzando una piattaforma libera, l'intero sistema di videolezioni che trasmette ogni giorno oltre 600 lezioni a 10.000 studenti». Un seminario proprio sulla “sfida della didattica digitale”, alla presenza di Guido Scorza, membro dell'Authority per la protezione dei dati personali, è stato organizzato per oggi dal Dipartimento di Scienze Politiche a Roma Tre.

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