eventi speciali

Dolce&Gabbana e il «dietro le quinte» del fatto a mano

di Giulia Crivelli


4' di lettura

Liberatorio. Potremmo chiamare così il lungo applauso arrivato alla fine della sfilata del “Fatto a mano” di Dolce&Gabbana, domenica scorsa a Milano, durante la fashion week maschile. Un applauso agli abiti e accessori che hanno sfilato un giorno dopo la collezione uomo principale, certo. Ma soprattutto un applauso ai due stilisti-imprenditori: è passato poco più di un mese dalla cancellazione del mega show di Shanghai, la ferita non è rimarginata, ma è chiaro il desiderio di guardare avanti, mai indietro, di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Ed è altrettanto evidente quanta energia hanno ritrovato, forse proprio come reazione, come scatto d’orgoglio e ritrovata fiducia in sé, alla delusione di Shanghai e alle tante reazioni che sono stati costretti ad ascoltare.

La sfilata e il backstage della collezione “Fatto a mano” di Dolce&Gabbana

La sfilata e il backstage della collezione “Fatto a mano” di Dolce&Gabbana

Photogallery19 foto

Visualizza

Ma potrebbe esserci anche di più: non si tratta solo di “inventarsi” qualcosa di nuovo, di continuare a stupire con iniziative inedite, come appunto una sfilata dedicata solo al fatto a mano. Per la sfilata di domenica 20 gennaio Dolce&Gabbana hanno scelto la stessa location di sabato, il quartier generale di viale Piave, a Milano. Al contrario dello show di sabato però, allestito al piano terra, dove una volta c’era un cinema, il Metropol, il fatto a mano ha sfilato ai piani alti del palazzo, per circa cento persone. Quasi un “trunk show” in stile anni 60: una passerella con solo due file di sedie che permettevano di vedere i modelli da poche decine di centimetri. Un ritorno al passato per recuperare ciò che di meglio può offrire, non certo un’operazione nostalgica: la collezione Fatto a mano di Dolce&Gabbana ha come punto di partenza e fulcro l’artiginalità e il savoir faire delle decine di sarte e sarti che lavorano per l’azienda. E’ grazie alla loro interpretazione della visione degli stilisti che si crea – e sfila – un guardaroba contemporaneo. Sofisticato, pensato per uomini affascinati da ciò che c’è dietro un abito, che sanno o imparano ad apprezzare la qualità delle lavorazioni, dei materiali, dei dettagli. Tutto ciò che è invisibile a una prima occhiata, ma che si comprende osservando chi taglia, cuce e dà vita e forma alla visione, ai disegni di Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Forse anche per questo al lato della passerella (un sottile tappeto rosso) erano allestiti tavoli da sarto , sui quali perl’intera sfilata hanno lavorato sarte e sarti, molti dei quali giovani, nei loro camici bianchi, incuranti della musica e delle luci necessarie per ogni show, come autentici “sacerdoti” dal fatto a mano italiano.

Guardaroba con radici antiche ma contemporaneo, dicevamo, grazie a silhouette, forme e accostamenti inusuali. Un esempio per tutti: le scarpe in coccodrillo viola. Ma la sfilata non impone, suggerisce, lascia la libertà a ogni uomo di dare una forma alla sua idea di eleganza. Qualsiasi cosa scelga della collezione Fatto a mano, riuscirà a non tradire i canoni dell’eleganza autentica. Allo stesso tempo, qualunque scelta faccia, si sentirà più al sicuro, potremmo dire quasi protetto, dalla “velocità liquida” in cui siamo immersi. Forse è questa l’eleganza del tempo, almeno secondo Dolce &Gabbana.

Importante quanto la sfilata però è stato quello che l’ha preceduta e ciò che è seguito. I tre momenti danno un’idea del mondo Dolce&Gabbana come forse nemmeno l’evento di Shanghai avrebbe potuto fare. Agli ospiti infatti è stato concesso di visitare liberamente tutti i piani della sede di viale Piave. Il piano che ospita la biblioteca, ad esempio. Migliaia di libri di storia della moda e dell’arte, rigorosamente catalogati, come deve essere in ogni biblioteca viva, dove i volumi vengono davvero prelevati e poi rimessi al loro posto. I più curiosi hanno potuto anche vedere gli uffici di Domenico Dolce e Stefano Gabbana: ordinati, austeri e allo stesso tempo eccentrici, con numerose opere d’arte che in qualche modo rispecchiano le personalità - a tratti esplosive, a tratti timide - dei due stilisti. E poi ancora, il piano dedicato al design degli occhiali: grazie alla licenza con Luxottica e al ping pong creativo tra i talenti che lavorano da Dolce&Gabbana e le professionalità del colosso degli occhiali, ogni stagione viene creata una main collection da vista e da sole, linee per bambini e pezzi unici da sfilata. Accanto ai designer di occhiali ci sono i ragazzi che creano bigiotteria, gioielleria e alta gioielleria, fianco a fianco. Come dire: il contenuto artistico, l’input degli stilisti, è lo stesso per ogni categoria. Cambia la preziosità dei materiali, non il valore aggiunto di ogni oggetto, legato alla scintilla creativa. Parlando con ragazze e ragazzi dei diversi uffici stile, appare evidente il legame fortissimo, l’ammirazione in molti casi, per le due persone che hanno creato il piccolo mondo in cui lavorano e del quale si sentono parte.

Forse è anche questo il significato dell’apertura di ogni spazio decisa per la sfilata del Fatto a mano. “Quello che vedete in passerella e tutte le polemiche che corrono su internet sono la punta dell’iceberg. Dietro c’è tutto questo: centinaia di persone impegnate a dar vita a una visione condivisa, in trasparenza e onestà”. Manca quindi l’ultimo tassello: il post sfilata. Una cena a buffet con specialità siciliane, dalle arancine al timballo di pasta; dalla salvia fritta (impossibile fermarsi dopo il primo assaggio) ai panzerottini; dalle olive alle polpettine di melanzane. A godersi di più il buffet, gli stranieri: potranno dire di aver vissuto una piccola grande esperienza, non solo di aver assistito a una sfilata.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti