Strategie

Dolce&Gabbana e il richiamo alla concretezza del made in Italy

La donna sfilerà domani al Metropol, dopo la trasferta estiva dell'uomo all'Humanitas

di Giulia Crivelli

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La donna sfilerà domani al Metropol, dopo la trasferta estiva dell'uomo all'Humanitas


3' di lettura

Quasi certamente quando diciamo social media, magari pronunciando la seconda parola all’inglese, “midia”, dimentichiamo che si tratta di un termine latino. Lo stesso accade con mass media, espressione con una storia più lunga di social media e che, per semplicità, usiamo da tempo come traduzione di “mezzi di comunicazione di massa”, senz’altro meno efficace dell’equivalente inglese. Una riflessione, quasi involontaria ma puntuale, sul reale significato dell’origine latina del termine media l’hanno fatta Domenico Dolce e Stefano Gabbana: media è in realtà il plurale di medium, che significa mezzo, ma anche nel mezzo. In medio stat virtus, recita un famoso detto latino.

«Siamo stati tra i primi a capire la potenzialità dei social media. Ne abbiamo fatto un uso personale e per il nostro marchio – spiegano i due stilisti e imprenditori –. Ne abbiamo seguito la rapida evoluzione spostando il nostro interesse, ad esempio, da Instagram a TikTok, per curiosità ma anche perché vogliamo essere vicini ai consumatori più giovani, che oltre a trasmetterci energia sono i clienti del futuro. Continuiamo e continueremo a usare i social media, ma ora ne vediamo meglio i limiti: il più evidente è quello di aver livellato ogni cosa, purtroppo verso il basso. Come creativi e come marchio vogliamo uscire da questo equivoco: la bellezza, la qualità, l’arte e, ci si permetta, la moda, non hanno niente a che vedere con una mediazione, con una soluzione di compromesso, che sta nel mezzo, appunto. Sono l’esatto contrario».

L’occcasione per le riflessioni dei due stilisti e imprenditori sull’impatto che i social media stanno avendo su come viviamo e lavoriamo – e sulla moda, ovviamente – è stata la recente presentazione fiorentina delle collezioni di alta moda (donna), alta sartoria (uomo) e alta gioielleria (si veda l’articolo in pagina). Ma, come ogni riflessione degna di questo nome, quella di Domenico Dolce e Stefano Gabbana ha iniziato a prendere forma da molto prima. «Quando abbiamo iniziato, nel 1984, avevamo solo la nostra passione, due milioni di lire e un ufficio-atelier-studio-laboratorio – raccontano –. La rivoluzione digitale non era neppure all’orizzonte, per noi ogni cosa aveva a che fare con la manualità e la creatività applicata alla realtà. In tutti questi anni ci siamo trasformati in un’azienda da 1,3 miliardi di fatturato e non è pensabile fare tutto a mano, come peraltro accade per alta moda, sartoria, gioielleria i e orologeria. Ma l’essenza del nostro lavoro, il nostro approccio a tutto quello che facciamo, dal pret-à-porter ai pezzi unici di alta moda, resta artigianale e non ha nulla a che fare con il web e con il livellamento verso il basso di cui parlavamo».

Domani Dolce&Gabbana saranno in passerella con la collezione donna per la primavera-estate 2021: la sfilata è nel calendario ufficiale della Camera della moda, l’associazione guidata da Carlo Capasa che organizza, tra le molte cose, le settimane della moda di Milano, associazione dalla quale Domenico e Stefano si erano nel tempo allontanati. «Anche questo rientro, a guardar bene, fa parte di un forte richiamo alla realtà che abbiamo sentito e che allo stesso tempo vogliamo lanciare – aggiungono –. Noi italiani siamo i migliori, nella moda e non solo. Questo è il Paese dove si crea e si produce la moda, come sanno bene le maison francesi che investono qui. Era il momento giusto per rientrare nella Camera e rafforzare Milano come capitale mondiale del pret-à-porter».

La sfilata della collezione donna per l’autunno-inverno che sta per arrivare di Dolce&Gabbana era stata in febbraio, una delle ultime prima del lockdown. Quella maschile del luglio scorso è stata la prima dopo il lockdown, che aveva costretto alla cancellazione della fashion week uomo che si tiene tradizionalmente in giugno. In via del tutto eccezionale, Domenico Dolce e Stefano Gabbana lasciarono il quartier generale di viale Piave, dove una volta si trovava il cinema Metropol, trasformato in palcoscenico ideale per le sfilate del marchio. La scelta cadde sul campus dell’istituto di ricerca Humanitas, al quale Dolce&Gabbana in febbraio, quando ancora il Covid sembrava un problema “solo” cinese, avevano fatto una donazione proprio per la ricerca sul nuovo coronavirus. «Conosciamo il direttore scientifico di Humanitas, Alberto Mantovani, da molti anni e sosteniamo l’istituto, ad esempio, finanziando borse di studio – ricordano i due stilisti –. Mai come in questa occasione però ci è sembrato tanto importante il significato stesso della ricerca. A qualcuno potrà sembrare ardito, ma percepiamo un’assonanza tra il nostro lavoro di stilisti e quello degli scienziati che fanno ricerca: guardiamo tutti al futuro, investendo sul presente. Perché abbiamo entusiasmo e speranza di trovare sempre nuove soluzioni. Attraverso la concretezza del lavoro, però. Non usando le scorciatoie illusorie date, ad esempio, dai social media».

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