scenari fanta-valutari

Dollaro nel mirino: 32 anni dopo il Plaza verso un «Trump accord»?

di Maximilian Cellino

Foto Afp

3' di lettura

Dopo il celebre «Plaza accord» che mise fine al dominio del dollaro a metà degli anni 80 ci sarà spazio anche per un «Trump accord»? Al nuovo presidente degli Stati Uniti, che con uno dei suoi tanti tweet ha rimarcato come il biglietto verde sia «troppo, troppo forte», gli alberghi per ospitare una storica intesa sui mercati valutari non mancherebbero di certo, l’ipotesi di una riedizione del Plaza a oltre 30 anni di distanza, se pur suggestiva, resta però complicata da una serie di fattori.

Il precedente
Il 22 settembre 1985, nello scenario del Plaza Hotel di New York i rappresentanti finanziari dei 5 paesi allora più influenti al mondo - Stati Uniti, Francia, Germania Ovest, Gran Bretagna e Giappone - si accordarono per interventire sui mercati valutari e mettere fine all’avanzata del dollaro, che su scala globale era arrivato ad apprezzarsi di oltre il 50% nel giro di 5 anni (Il dollar index era passato da 100 a oltre 150 punti). L’effetto, quasi immediato, fu appunto di svalutare la moneta Usa nei successivi due anni, soprattutto nei confronti del marco tedesco e dello yen giapponese, e di far tornare il cambio globale sotto quota 100.

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32 anni dopo, «America First»
Oggi la marcia al rialzo del biglietto verde non è stata certo così dirompente, ma al di là dei proclami di facciata a favore di un «dollaro forte», sembra sempre più trasparire anche dalle parole del neo ministro del tesoro Steven Mnuchin la volontà di non far apprezzare ulteriormente il cambio, proprio per non ostacolare eccessivamente le imprese statunitensi in nome del motto imperante «America first» con cui Trump si è presentato al mondo. L’idea di un «Trump accord» è però tutt’altro che semplice, e il perché lo spiega uno studio di Capital Economics, istituto di ricerca indipendente britannico.

Uno scenario completamente mutato
Il primo motivo è che, rispetto al 1985 sono radicalmente cambiati i possibili interlocutori: «Cina e Messico raggiungono insieme un peso del 35% sulla bilancia commerciale degli Stati Uniti rispetto all’appena 6% del 1985 », avverte Andrew Kenningham, capo economista globale di Capital Economics, sottolineando in particolare che i negoziati con Pechino potrebbero essere piuttosto complicati. «La Banca del Popolo cinese è intervenuta in maniera pesante per prevenire un forte deprezzamento del renminbi spendendo oltre 300 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, sarà difficile convincerla a pagare ancora di più per rafforzare la propria valuta, anche se la si minaccia con dazi in entrata agli Usa del 45%», aggiunge Kenningham.

Se la Federal Reserve «rema contro»
Un ragionamento simile potrebbe essere fatto per l’Eurozona e il Giappone, che con le proprie manovre monetarie al momento ultra-espansive cercano invece (anche se non dichiaratamente) di indebolire i cambi di euro e yen. Le politiche stesse dichiarate da Trump, e in particolare la minaccia di rinegoziare il trattato Nafta, tendono inoltre secondo Capital Economics a rafforzare piuttosto che indebolire il dollaro. E c’è pure da ricordare che l’accordo del Plaza era avvenuto in uno scenario più favorevole rispetto a quello attuale: «Il suo apparente successo - spiega Kenningham - fu dovuto in gran parte alla buona sorte o al tempismo, dato che il dollaro era già iniziato a scendere quando fu stipulato e i tagli dei tassi operati dalla Federal Reserve fra il 1985 e il 1986 fornirono una notevole spinta». Oggi, sotto questo aspetto, la situazione è decisamente contraria, con Janet Yellen e gli altri banchieri impegnati in una politica molto più restrittiva, che obbligherebbe i fautori del dollaro debole «a nuotare contro corrente».

Ma il dollaro è davvero «troppo, troppo forte»?
Come se non bastasse, poi, Capital Economics si chiede se il dollaro sia poi davvero così forte, giungendo a una risposta non poi così affermativa: «In base ai diversi indici che si possono considerare - sottolinea la società di ricerca britannica - il biglietto verde ha guadagnato su scala globale fra il 28 e il 40% dal luglio 2011, ma bisogna anche considerare che si arrivava da una lunga fase di deprezzamento iniziata quasi dieci anni prima e che in fin dei conti quegli stessi indici viaggiano fra l’8 e il 16% al di sopra dei livelli medi registrati dall’inizio degli anni 70». Che si possa raggiungere un accordo fra i Grandi o meno, il fatto che la forza del dollaro sembri in fin dei conti essere relativa lascia quindi pensare più a una stabilizzazione che a un deprezzamento del cambio nei prossimi mesi.

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