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Domanda di petrolio in calo nel trimestre: non succedeva dal 2009

Per l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) il coronavirus avrà «conseguenze significative» sul mercato del petrolio

di Sissi Bellomo


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(Epa)

3' di lettura

Il coronavirus sta mandando a picco i consumi di petrolio, come non accadeva dall’epoca della recessione globale. In questo trimestre la domanda sembrava destinata a crescere di 800mila barili al giorno, invece per effetto dell’epidemia in Cina dobbiamo attenderci un calo di 435mila bg, avverte l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): l’ultima contrazione su base annua risale al terzo trimestre del 2009, un periodo davvero buio per l’economia del pianeta.

Le cifre potrebbero cambiare, in base alla durata e alla diffusione dell’epidemia. «La crisi prosegue e in questa fase è difficile essere precisi sull’impatto», afferma l’organismo dell’Ocse, aggiungendo comunque di essere fin d’ora convinto che il virus avrà «conseguenze significative» sul mercato del petrolio.

Per l’intero 2020 l’Aie ha già ridotto di un terzo la previsione di crescita della domanda: si aspetta un aumento di 825mila bg, che sarebbe il più basso dal 2011. La revisione delle stime (-365mila bg) rivela un maggiore pessimismo rispetto all’Opec e all’Energy Information Administration (Eia) statunitense, che hanno abbassato le previsioni sulla domanda petrolifera rispettivamente di 230mila e di 310mila bg.

Le misure per contenere il contagio non solo hanno semiparalizzato la Cina – un gigante che genera il 16% del Pil mondiale e che assorbe oltre il 10% dell’offerta totale di greggio – ma stanno provocando ripercussioni a catena su scala internazionale, con un impatto già evidente sulle supply chain, oltre che sui trasporti e sul turismo.

La diffusione del virus sembrava aver rallentato il passo, ma ieri sono emersi altri 14.840 casi nella provincia dell’Hubei, epicentro dell’epidemia. Non è un boom di contagi: per essere contati nelle statistiche ufficiali ora basta una radiografia, invece dei test di laboratorio. Ma l’umore degli investitori si è comunque guastato.

La corsa di Wall Street si è arrestata e in Europa i listini azionari hanno quasi tutti accusato (moderate) perdite. A Milano, grazie a una rimonta sul finale, il Ftse Mib ha guadagnato lo 0,12% difendendo i massimi da ottobre 2008.

Anche il petrolio ha retto bene, nonostante le previsioni pessimiste sull’impatto del coronavirus. Il Brent ha anzi guadagnato un altro punto percentuale, spingendosi sopra 56 dollari al barile. Il Wti si è mantenuto vicino a 52 dollari, nonostante un incendio abbia fermato la maxi raffineria Exxon di Baton Rouge (Louisiana), da 500mila bg: un altro freno ai consumi di greggio.

All’orizzonte c’è pure un nuovo aumento dell’offerta: dopo l’accordo tra Arabia Saudita e Kuwait sulla cosiddetta Zona neutrale, il giacimento di Wafra – chiuso da cinque anni per una disputa – dovrebbe riprendere a produrre domenica 16. Chevron ha confermato di aver cominciato il riavvio.

A sostenere le quotazioni del barile, secondo alcuni analisti, è la prospettiva di tagli di produzione extra da parte dell’Opec Plus. Ma se l’Aie ha fatto bene i calcoli il sacrificio richiesto alla coalizione sarà enorme.

Il mercato nel primo trimestre avrebbe bisogno di appena 27,2 mbg di greggio dall’Opec, ma a gennaio il gruppo – nonostante il crollo delle estrazioni in Libia e un’ulteriore riduzione volontaria dell’output rispetto a dicembre – ha estratto 28,86 mbg. Per adeguarsi alla domanda, evitando accumuli di scorte pericolosi per i prezzi, dovrebbe togliere di mezzo altri 1,7 mbg.
@SissiBellomo

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