la politica monetaria europea

Domani la riunione Bce, si cercano indizi sulla fine del qe

di Riccardo Sorrentino

(EPA)

4' di lettura

Le attese sono tutte per settembre. Sarà allora, secondo molti analisti e investitori, che la Banca centrale europea annuncerà la politica di acquisti di titoli per il 2018: a dicembre finisce infatti l’attuale fase del quantitative easing, al quale sono dedicati 60 miliardi al mese. La riunione di luglio, allora, sarà tutta concentrata sulle sfumature, soprattutto dopo la brusca reazione dei mercati al discorso del presidente Mario Draghi a Sintra, il 27 giugno: un rafforzamento di valuta e tassi di interesse che ha colto di sorpresa la stessa Bce. In queste circostanze ci si può davvero aspettare qualche accenno, qualche indizio, sul futuro?

Come finirà il qe?
Gli investitori saranno in ogni caso molto attenti a ogni parola. Sembra chiaro, ormai, che i tassi di interesse non saranno toccati che dopo la fine degli acquisti di titoli, e probabilmente molto dopo. La questione, allora, è quando inizierà l’exit strategy dal quantitative easing. Non tutti sono convinti infatti che da gennaio in poi la Bce inizierà a ridurre gli acquisti di 10 miliardi al mese, portandoli a zero con giugno. Qualcuno ha immaginato in passato che la riduzione potesse iniziare già a ottobre, in anticipo. Altri, come Ben May di Oxford Economics, pensano che la Bce possa invece portare gli acquisti, per qualche mese, a un livello più basso, per esempio 40 miliardi.

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I punti fermi
La Bce non ha fornito elementi utili per capire. Al momento la forward guidance sul quantitative easing indica che gli acquisti proseguiranno fino a dicembre 2017, che non saranno azzerati bruscamente - ci sarà dunque una forma di riduzione graduale - e che, per tutto il tempo necessario, la Bce reinvestirà sul mercato le somme che riceverà dai rimborsi dei titoli a scadenza. Nulla di più.

Il nesso (mancante?) tra occupazione e prezzi
È vero però che la Bce - e lo ha dimostrato proprio il discorso di Sintra - sta riconsiderando il nesso tra crescita economica, che sembra più robusta in Eurolandia, e aumento dei salari e dei prezzi. La lentezza dell’inflazione a tornare al 2% - a giugno era all’1,3% - non ha scosso i punti fermi dei suoi modelli macroeconomici, la curva di Phillips e l’output gap (ampiamente contestabili anche nel contesto di un’analisi “ortodossa”, o mainstream) ma ha spinto a riconsiderarli.

La curva di Phillips è più piatta
L’atto di fede nel nesso disoccupazione-prezzi, quindi, viene confermato. Secondo la Bce il calo dei senza lavoro - in senso ampio, questa volta - si trasformerà in un aumento dell’inflazione, sia pure con un maggior ritardo rispetto al passato («la curva di Phillips è più piatta», ha detto qualche giorno fa il capoeconomista Peter Praet, con parole quasi identiche a quelle della presidente della Fed Janet Yellen). Senza contare che la risposta della dinamica dei prezzi varia - ha precisato Draghi - insieme al ciclo economico. La distanza, il gap, tra la piena capacità produttiva e quella attuale è inoltre ancora ampia e si ridurrà soltanto tra due anni.

Una politica monetaria «persistente»
Cosa significa tutto questo? Non è escluso che la Bce possa trarne la conclusione che occorre continuare a sostenere la crescita, e a questo scopo lo strumento principale resta il quantitative easing, magari a dosi ridotte. La dinamica del credito, del resto, non preoccupa ancora - ha spiegato una decina di giorni fa Benoît Cœuré, del consiglio direttivo - mentre la politica monetaria «deve essere persistente - ha aggiunto Praet - perché la nostra previsione di base per l’inflazione futura resta dipendente, in modo cruciale, da condizioni di finanziamento molto facili (easy) che, in gran parte, dipendono dall’attuale orientamento espansivo di politica monetaria».

Cautela e flessibilità nei cambiamenti
Cœuré ha precisato inoltre che i cambiamenti qualitativi e quantitativi della politica monetaria dovranno essere fatti «con cura e in modo flessibile», precisando e approfondendo così quel riferimento alla prudenza - oltre che alla persistenza e alla fiducia nei risultati della politica monetaria - fatta da Draghi a Sintra. Non si può escludere, quindi, che la Bce voglia ora essere più lenta nella sua uscita dal qe.

Prudenza nella comunicazione
Non è detto però che tutto questo si traduca in nuovi annunci già ora. La Bce sarà in realtà molto prudente anche nella comunicazione. Le reazioni di mercato al discorso di Sintra, soprattutto se basate - come sembra - su una cattiva comprensione dell’Ecbspeak, il linguaggio della Bce, non sono state ben accolte, a Francoforte. Lo stesso Draghi, in conclusione del discorso in Portogallo, spiegò - sia pure riferendosi a fattori globali - che «in passato, e specialmente in tempi di incertezza globale, la volatilità nei prezzi dei mercati finanziari ha causato a volte un irrigidimento non voluto delle condizioni finanziarie, che ha richiesto una risposta in termini di politica monetaria». Un motivo sufficiente per essere ancora più attenti nella comunicazione.

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