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Domiciliari in casa di pregio? L’indennizzo per ingiusta detenzione non lievita

Esclusa la riparazione sopra la media per la restrizione in un bell’appartamento al centro della città. Il ristoro si alza però per la lesione alla reputazione del giudice tributario

di Patrizia Maciocchi

(Francesco Fotia / AGF)

3' di lettura

Tra le tante variabili che possono incidere sulla riparazione per l’ingiusta detenzione domiciliare c’è anche il tipo di casa nella quale si è costretti a restare confinati. La Corte di cassazione (sentenza 38085) ha respinto il ricorso di un giudice tributario-commercialista che chiedeva un secondo rialzo al suo indennizzo - un primo c’era già stata proprio su rinvio della Suprema corte - per aver trascorso 47 giorni agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta sulla corruzione in atti giudiziari che lo aveva visto coinvolto, con altri 82 indagati. Al professionista in prima battuta erano stati liquidati 5541.77 euro. I giudici avevano, infatti, semplicemente moltiplicato per 47 i 117, 91 euro previsti per ogni giorno di detenzione, preventiva che si riveli poi ingiusta per archiviazione, come nel caso esaminato, del procedimento o perché l’accusa cade.

I fattori che incidono sull’indennizzo

Quello che lo Stato indennizza è la privazione della libertà personale frutto però - avvertono i giudici - non di un errore o di una colpa, ma del legittimo esercizio del potere di indagine giudiziario. La Cassazione chiarisce che il giudice ha il potere di vedere al rialzo o al ribasso l’indennizzo, che non è dunque un risarcimento ma «un’equa riparazione tesa a compensare le ricadute sfavorevoli, patrimoniali e non». Nel conto vanno circostanze obiettive come le modalità più o meno gravose della restrizione e quelle soggettive come l’incensuratezza, le condizioni economiche, il danno all’immagine, la risonanza della notizia ecc. In nome del principio di uguaglianza sono invece da considerare irrilevanti: la classe sociale, la presunta minore o maggiore sensibilità alla privazione della libertà e la capacità di produrre redditi.

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Nello specifico la Cassazione aveva considerato non abbastanza valutata soprattutto la lesione all’immagine professionale. E i giudici di appello avevano alzato il risarcimento a 8 mila euro. Una somma che il giudice tributario considerava ancora esigua.

L’abitazione nella zona di pregio

La Corte d’Appello, ad avviso del ricorrente, aveva svalutato la sofferenza psichica subìta, dando un peso al fatto che la detenzione domiciliare era stata trascorsa in un’abitazione di pregio, in una bella zona della città. Il fatto di aver passato in una “gabbia dorata” un periodo di restrizione, tutto sommato breve, non avrebbe accentuato il disagio psicologico, come necessario per liquidare un danno più alto della media. E in più avrebbe offerto all’esterno una percezione necessariamente attenuata della vicenda. Per la difesa invece la sottovalutazione, casa a parte, riguardava anche lo stop di sei mesi, subìto come componente di una commissione tributaria, con un appannamento di immagine superiore a quella ipotizzata. In più si lamentava un aggravamento delle condizioni di salute, e un comportamento alterato: dopo la detenzione era diventato più litigioso e disinibito verbalmente.

Il pregiudizio all’immagine

Per la Suprema corte però, quest’ultimo problema, come emerso nei precedenti giudizi, non era legato ai domiciliari. Nel lavoro non c’era stato il “danno” lamentato perchè dopo la vicenda che lo aveva coinvolto, il ricorrente era stato nominato anche presidente di una commissione tributaria. Anche il risalto della notizia era attenuato, per quanto riguardava il singolo, dal fatto che l’indagine aveva coinvolto altre 82 persone.

Quanto alla sofferenza patita per l’obbligo di restare confinato a casa, questa non si poteva considerare sopra la media, anche in considerazione del tipo di abitazione nella quale erano stati trascorsi, ingiustamente, 47 giorni.

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