Leader nella ricerca

Dompè: «Puntiamo sul biotech avanzato»

di Nicoletta Picchio

Sergio Dompè.  Presidente del Gruppo farmaceutico omonimo e leader della task force Salute e Scienze della Vita del B20 che si è concluso a Roma il 7 e 8 ottobre scorso

4' di lettura

La passione per le scienze della vita. Sergio Dompé non è solo un industriale farmaceutico: è un protagonista della ricerca, dell'innovazione e della scienza. Un impegno sociale ed etico che si aggiunge ai numeri del business e che ha portato in questi ultimi anni ad un cambiamento radicale dell’azienda: sempre più biotech, sempre più alta innovazione e ricerca. In tutto il mondo, a partire dai paesi, come gli Stati Uniti, dove questi fattori sono messi al primo posto, considerati motori di sviluppo.

Bastano pochi cenni per dare l’idea di come la Dompé sia cambiata e in breve tempo: oggi l’Italia copre il 35% del giro d'affari. Tre anni fa era l’85 per cento. Il primary care, cioè i prodotti che si acquistano in farmacia, rappresentano il 25% del fatturato. Il resto sono farmaci innovativi, che vengono utilizzati negli ospedali o nei grandi centri specialistici.

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È su questa strada, verso la medicina del futuro, che Dompé sta portando l’azienda, fondata nel 1940, a Milano, arrivata a fatturare 532 milioni di euro, di cui il 70% all'estero, con 800 dipendenti. Stati Uniti, Cina, Israele, e poi ancora Svizzera e Canada. Paesi a cui se ne aggiungeranno altri, «perché la scienza non ha confini». Primary care, biotech, intelligenza artificiale sono i settori di attività. In azienda già da tempo ha inserito la figlia Nathalie, che oggi ha il ruolo di amministratore delegato, mentre per sé ha mantenuto quello di presidente e la secondogenita, Rosyana, è appena entrata in azienda.

Il centro produttivo è in Abruzzo, all’Aquila: 160 mila metri quadrati, è stato inaugurato nel 1993 e poi ampliato in varie tappe, dalla realizzazione dell'impianto di produzione biotech, tra il 2012 e il 2014, poi l'aggiunta di nuove linee produttive nel 2014-2018, il rafforzamento dell'area logistica, nel 2019. Ogni anno dallo stabilimento de L'Aquila escono 60 milioni di confezioni. Lì, a due ore da Roma, ci sono i laboratori di ricerca, la produzione dei farmaci di sintesi e biotecnologici, i magazzini, gli uffici amministrativi. Una realtà modernissima, nel cuore d'Italia, da cui la Dompé farmaceutici si irradia in tutto il mondo.

Stati Uniti, innanzitutto: «siamo registrati in tutti i paesi principali, ma gli Usa sono una sede prioritaria, è un mercato aperto all’innovazione, dopo la registrazione e l'autorizzazione di un farmaco si può passare alla produzione», spiega Dompé. Gli Stati Uniti rappresentano in 60% del fatturato, la Cina è ancora una piccola quota, attorno al 2%, ma sta crescendo: «si stanno aprendo, per la prima volta, con il Covid, hanno accettato la registrazione di farmaci che non avessero studi clinici condotti dentro i loro confini».

Malattie killer, tumori, cardiopatie, malattie neurodegenerative: sono molti i campi della medicina e della scienza che aspettano risposte adeguate. E quindi occorre accelerare sull’innovazione. «Non si tratta solo di fare nuove scoperte, ma di rendere fruibili i passi avanti che si fanno», spiega Dompé. Una questione di investimenti, che l'azienda sta realizzando al ritmo di 330 milioni previsti nel periodo 2022-24, per il 70% in Italia. E di passione, appunto, che si percepisce in modo evidente nell'entusiasmo dietro le parole: «“perché faccio tutto questo”, è la domanda che si pone un imprenditore e che va al di là del profitto».

È stato questo il principio di fondo con cui ha condotto i lavori della task force del B20 su Salute e Scienze della Vita, di cui è stato Chair durante il periodo a guida italiana, che si è appena concluso. «L'esperienza dei vaccini contro il Covid ha dimostrato che è possibile una forte accelerazione. Bisogna lavorare per accorciare i tempi, occorrono agenzie di regolazione severe e autorevoli, in grado di dare accesso il prima possibile all'innovazione».

Dompé, intanto, spinge sulla ricerca, in questo corso che ha portato l'azienda (siamo abituati a vedere il suo marchio sui banchi delle farmacie con l'Oki) a diventare protagonista nel biotech innovativo: a settembre è stato inaugurato un nuovo centro a Napoli, dentro l'università Federico II. Quaranta ricercatori, 700 metri quadrati: dentro questo laboratorio, nell'ambito del progetto del consorzio europeo Exscalate, è stato individuato un farmaco, il raloxifene, per trattare i pazienti Covid non ospedalizzati.Risultato reso possibile attraverso l’applicazione dell'intelligenza artificiale alla farmacologia, con uno screening di 400mila molecole, esempio positivo di collaborazione pubblico-privato. Nel 2017 in Italia e nel 2018 negli Usa è stato messo in commercio il collirio salva-vista basato sulla ricerca del premio Nobel Rita Levi Montalcini, contro una malattia rara e fino ad allora orfana di cura, la cheratite neurotrofica.

Ci sono quattro farmaci in via di sviluppo, in fase 2 e 3 e otto studi clinici in atto in dieci paesi. Ricerca che si aggiunge alla produzione scientifica, 250 pubblicazioni con più di 2000 citazioni. Sono 300 i centri collegati nel mondo, solo in Usa sono attive 17 partnership. Presenza internazionale ma con forti radici nel nostro paese: «siamo un'azienda al cento per cento italiana, crediamo nell'Italia. I nostri giovani ricercatori sono i migliori al mondo», dice Dompé che investe annualmente due milioni di euro in borse di studio a studenti che si dedicano a saperi trasversali, come per esempio l'incrocio tra ingegneria e medicina. «L'Italia deve prendere ancora più consapevolezza di come sia strategico investire in salute e scienze della vita». E poi c'è una questione di governance: «troppo frammentata». Problemi che si ritrovano anche in Europa: «sono molti gli steccati che rallentano la messa in produzione di un farmaco dopo l'autorizzazione». Ma Dompé è fiducioso che dopo l'esperienza del Covid, con l'occasione del Pnrr, in Italia e in Europa si possano fare rapidamente passi avanti.

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