Musica

Don Giovanni rinchiuso in un museo

di Carla Moreni

(Maria Laura Antonelli)

3' di lettura

Il Don Giovanni si gioca tutto sul triangolo amore-morte-velocità. Ed è quest’ultima, la velocità, la componente che lo distanzia dall’opera romantica, coi suoi languori slentati. La velocità, le corse, il fuggire sempre, salvano dalla morte (e forse anche dall’amore, statico, che il libertino aborre). Nel Don Giovanni che ha inaugurato festosamente il Festival di Spoleto, edizione numero sessanta, firmato dalla direzione di James Conlon e con la regia di Giorgio Ferrara, a mancare è lei. Lo spettacolo scivola raggelato, in una sontuosità musicale un po’ insipida (e con un clavicembalo per i Recitativi troppo amplificato) segnato da una visività sin dall’inizio necrofila.

Le tombe abbondano, nel raccolto palcoscenico del Teatro Nuovo, ricostruite con minuzia persino nelle epigrafi, nella scena come sempre di impatto ed elegante di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, sul disegno luci “alla Strehler” di Fiammetta Baldisseri. È un’idea originale quella di immaginare Don Giovanni come l’eroe che viene a svegliare i cadaveri, dove i sei personaggi stanno distesi come statue sopra il marmo, coperti da un velatino bianco. Ogni risveglio è lento, prudente. Dunque subito confligge con la tensione elettrica della musica di Mozart.

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Quando poi alla fine arriviamo alla vera scena, di spaventevole effetto barocco, dove lì sì è prevista una statua che si muove(e che fa sì con la marmorea testa e che poi arriva persino a cena) le tombe spariscono, per lasciare posto a un gigantesco cranio pelato, tra il romano e il mussoliniano, che entra di profilo, dalla quinta di sinistra. E che fa più ridere che paura, capovolgendo nell’ironia di una boutade il realismo dell’illustrazione, sempre rigorosamente allontanato dalla regia di Ferrara.

A questo punto però pareva superflua la presenza della morte con falce di rito in mano (e il poveretto che appare tra i cantanti, ai saluti, tutto pittato di nero). Mentre volendo essere realistici, quando Don Giovanni canta il “Metà di voi qua vadano”, disperdendo in due direzioni i bellicosi vendicatori di Masetto (qui assonnati) non dovremmo vedere il drappello che ciondola compatto verso un solo lato del palcoscenico. Non per pignoleria, ma perché appunto: “gli altri vadan là”. Lo stesso vale per i costumi: per Donna Elvira inseguitrice del fedifrago Don Giovanni, Mozart chiede congrui abiti da viaggio e Maurizio Galante la avvolge come una fatina, tra sbuffi e fiocchi. Forse per ricordarci che è fresca di matrimonio col libertino. Ma questa vaporosità non rispecchia il carattere furente della abbandonata. Così come poco giova vestire uguali Don Giovanni e Leporello, annullando il momento dello scambio di abiti e ruoli.

In bilico tra astrazione e antirealismo, lo spettacolo resta serio, mettendo da parte le battute malandrine, il guizzo della commedia e, appunto, la velocità. Che manca soprattutto in musica (e non è una banale tacca in più o in meno di metronomo). James Conlon, direttore esperto, che ha condotto con saggezza fin qui la trilogia spoletina, sempre concertando le valide file dell’Orchestra Cherubini, chiede un Don Giovanni museale: statico nei numeri chiusi, freddo nei Recitativi accompagnati, come non usa più. Il migliore in campo è Andrea Concetti, che ha più voce e personalità del Don Giovanni poco fascinoso di Dimitris Tiliakos. Presenza carismatica è quella di Antonio Di Matteo, un Commendatore da salto sulla poltrona quando sprofonda nel “Don Giovanni, a cenar teco”, cantato accanto al pubblico nel mezzo della platea. Zerlina è la spigliata Arianna Vendittelli, dominante sul Masetto remissivo di Daniel Giulianini. Qualche difficoltà diffusa incontra la terna nobile, dove deve uscire tutto il Mozart abissale dell’opera seria: Donna Anna è Lucia Cesaroni, Donna Elvira Davinia Rodriguez e Don Ottavio un tenore fuori posto, Brian Michael Moore, con ricciolo a banana sulla fronte. Bamboccione no, non può essere il cantante per cui Mozart scrive le due Arie più profonde e filosofiche dell’opera. Con buona pace di Kierkegaard, che qui chiosa inizio e fine dello spettacolo.

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