danza

Don Juan. Io seduttore? Tutta colpa della mamma

Aterballetto è andato in scena in prima assoluta con il nuovo Don Juan di Johan Inger al Teatro Comunale di Ferrara

di Silvia Poletti

3' di lettura

Posticipato il debutto (inizialmente destinato al Ravenna Festival) per cause di forza maggiore, Aterballetto è finalmente andato in scena in prima assoluta con il nuovo Don Juan di Johan Inger al Teatro Comunale di Ferrara. L'esser riusciti nell'impresa, visti i tempi grami per i teatri, senza rinunciare alle logiche interne e compositive del lavoro, “in ottemperanza alle regole del distanziamento”, è di per sé una nota di merito.

Del resto per la compagnia reggiana era essenziale realizzare nella pienezza dei mezzi il progetto produttivo più importante dei suoi ultimi anni: un lavoro a serata drammatico, creato appositamente da un coreografo di rilevanza internazionale, da qualche tempo attratto proprio dall'ardua sfida della narrazione in danza, che per altro gli ha già fatto vincere un Benois de la Danse per Carmen.

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Arrivare alle pieghe riposte dell'anima

Contrariamente a quanto a tutta prima si possa pensare, raccontare attraverso la danza è difficile: non basta descrivere gli intrecci e il loro sviluppo. Si deve dare spessore ai caratteri, delineare i tratti psicologici, se possibile arrivare alle pieghe riposte dell'anima, anche le più oscure. E poi bisogna riuscire a traslare i cliché consolidati di una forma coreografica secolarmente legata al genere (il balletto narrativo) in una scrittura teatrale contemporanea, magari osando nuove modalità di composizione.

Cornice freudiana

Nel raccontarci la sua idea di Don Giovanni, emersa dalle letture più disparate sul mitologico personaggio (da Tirso de Molina a Brecht fino al ribaltamento di prospettiva, decisamente femminista, ad opera di Suzanne Lilar) Inger si è affidato alla solida drammaturgia di Gregor Acun ̌a-Pohl, che incastona il mito assoluto del seduttore, seriale e miscredente, in una cornice freudiana: nelle effimere conquiste il Don cerca l'unica Donna che abbia mai amato -la madre- e che invece l'ha rifiutato, ma incombe, inesorabile Convitato di Pietra, su ogni sua relazione fino a condurlo all' autodistruzione.

Il che consente una collana di incontri con il “femminile” nelle sue diverse declinazioni, costeggiando la traccia di Da Ponte, recuperando Tirso (nel personaggio della selvatica Tisbea) e Zorilla (per l'educanda Inés), con una serie di caratterizzazioni acute, talvolta sarcastiche, delle diverse psicologie muliebri e le varie modalità d'approccio all'eros (spesso da loro stesse avviate).

La danza in questo è eloquente e puntuale, descrive con essenzialità di gesti, asciutti ed evocativi e li puntella con tocchi espressionistici (qua e là si gridano nomi, come quello di Zerlina, invano chiamata in ogni dove dallo sposo Masetto, mentre amoreggia con Juan ).E dove non arriva la danza, a significare sogni e desideri arrivano gli oggetti -una casetta, una carrozzina- dall'inconfondibile tratto pop che ci rimanda all'evidente riferimento poetico e teatrale di Inger, il suo maestro Mats Ek.

L'influenza del grande coreografo umanista è evidente anche in alcuni stilemi di danza (i dinamici insiemi, certi gesti delle mani) nelle atmosfere intimiste del bel disegno luci di Fabiana Piccioli ( mentre disomogenei sono i costumi di di Bregje Van Balen); nell'essenzialità degli elementi scenici che diventano materassi voluttuosi, pareti insormontabili, avelli in cui, alla fine venire fagocitati. Il risultato è una esposizione chiara e leggibile, spettacolare e godibile. Tuttavia, nella ferrea logica della struttura narrativa e coreografica i personaggi risultano bidimensionali, senza una sfaccettata costruzione del carattere. Inger lascia spesso sfocati i contorni psicologici: così anche Leo, già Leporello, complice e insieme giudice delle scorribande del protagonista,di fatto il suo doppio, si limita a sottolinearne azioni e ambiguità senza definirne chiaramente la portata morale e di conseguenza il senso stesso della sua elevazione a mito. Prevale insomma la sensazione che nell'affrontare la narrazione il coreografo abbia preferito la cautela all'affondo espressivo, alla portata delle emozioni e alla “sua” vera lettura del personaggio; e anche là dove avrebbe potuto sfoggiare la bella vena fluente di coreografo in purezza (come nelle danze di gruppo) resta prudentemente nella prassi descrittiva. Forse lo inibisce la musica originale di Marc Alvarez, gradevole e funzionale ma priva di vera logica drammatica interna?

Dal canto loro i sedici eccellenti danzatori di Aterballetto mangiano il palcoscenico con divorante energia, assumendo di volta in volta con versatilità molteplici ruoli. Philippe Kratz dà a Leo il suo fascino misterioso; Daniele Saul Ardillo è un seduttore passivo, che accoglie l'eros per placare l'eterno dolore dell'abbandono. Del “mito” coglie bene l'essere sfuggente, di fatto la vera essenza di Don Giovanni, che come dice bene Jean Rousset, “vive una vita autonoma, passa di opera in opera, di autore in autore, come se appartenesse a tutti e a nessuno”.

24 ottobre St Polten Festspielhaus, 29 ottobre-1° novembre Prato Teatro Metastasio, 30 gennaio 2021 Parma, Teatro Regio


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