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«Don’t look up», 5 motivi per cui è il miglior film dell’anno (e della pandemia)

L’opera di McKay ci spiega i meccanismi sociali, psicologici, politici e mediatici che entrano in gioco quando l’uomo si confronta con un’emergenza

di Francesco Prisco

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3' di lettura

Sì, è vero: è una commedia, ma una commedia alla Stranamore, quelle in cui ridi per non piangere. Non è neanche un film perfetto, ma un film non deve essere necessariamente perfetto per essere un capolavoro. Don’t look up di Adam McKay, in streaming su Netflix dopo un affaccio nelle sale cinematografiche a inizio dicembre, è di sicuro il miglior film di quest’anno, l’unico possibile sulla pandemia, la cosa che meglio ci spiega i meccanismi (sociali, psicologici, politici e mediatici) che, nel Terzo millennio, entrano in gioco quando l’umanità si confronta con un’emergenza.

Il bello è che nell’opera interpretata da Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence neanche si parla di pandemia: l’argomento è una cometa che fa rotta sulla terra, lasciandole poco più di sei mesi di vita. Un disaster movie che non si prende sul serio, strizza l’occhio alla generazione Greta, con la benedizione di tutta la Hollywood Dem, non parla mai di climate change ma anzi ci offre un ritratto impietoso di come sul pianeta abbiamo gestito questi quasi due anni di coronavirus. Per almeno cinque motivi: questi.

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È la fine del mondo ma chi se ne frega

«Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» Se lo chiedeva il Vangelo di Luca. Don’t look up ci fa un’altra domanda: se la Scienza bussasse al Palazzo dicendo di avere con sé le prove dell’imminente fine del mondo, verrebbe presa sul serio? La risposta è no: il presidente degli Stati Uniti d’America (una caricaturale Meryl Streep che è tanto Trump e un po’ Hillary) ha altro a cui pensare quando DiCaprio e la Lawrence arrivano con l’infausta notizia: qualche problema con la nomina di un giudice della Corte suprema, l’ennesimo sex gate, la campagna elettorale che si avvicina. Chi se ne frega della fine del mondo. Non sarà mica la fine del mondo.

Per un pugno di click

Non fanno una figura migliore i media: le tv mainstream (ossessionate dalla necessità di spettacolarizzare), i grandi giornali (che ti seguono fino a quando quello che dici ha un seguito), le testate digital first (ossessionate dalle regole della viralità). Ti comprano e ti vendono per un pugno di click.

La gaia scienza alla fiera delle vanità

Prendi un onesto ricercatore, vita trascorsa tra libri e laboratori. Mettilo sulla ribalta, fanne l’uomo del giorno per 365 giorni l’anno. Come minimo finirà per godersi il momento fino ad autocompiacersi, prendere qualche cantonata, magari perdere la testa: Di Caprio è tutto questo. E ricorda un po’ molti virologi, infettivologi ed epidemiologi che in questi due anni ci hanno arricchito i palinsesti.

La privatizzazione dell’universo

C’è da salvare il mondo e il governo americano ha un piano. All’ultimo secondo lo mette da parte, per fare posto al piano di una big tech, guidata da un tizio che è una via di mezzo tra Steve Jobs, Jeff Bezos ed Elon Musk (Mark Rylance). Finanzia le campagne elettorali, perché non dovrebbe avere l’ultima parola nelle scelte dell’amministrazione? Siamo alla definitiva privatizzazione dell’universo, processo che oggi intuiamo con le missioni di Blue Origin e SpaceX. Costosissimi giocattoloni del miliardario di turno cui persino la Nasa ha finito per affidarsi.

Morire sì, ma dopo averlo condiviso nelle stories

Al fin della fiera: che impatto avrebbe su di noi questa benedetta fine del mondo se venisse a farci visita? Inizialmente ci interesserebbe poco meno di una storia di corna tra un rapper e una cantante. All’approssimarsi dell’Armageddon, tuttavia, qualche riflessione più profonda ci ritroveremmo per forza di cose a farla. La morte che incombe è un’idea che non ti lascia indifferente. Alla fine ti ci abitui, perché l’essere umano si abitua a qualsiasi cosa. E allora scendi a patto col fatto che morirai. Ma, chissà perché, solo dopo averlo condiviso nelle stories.

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