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Trump, dal segretario alla difesa al capo della cybersecurity: tutte le epurazioni da «presidente azzoppato»

Dalla notte delle elezioni è arroccato alla Casa Bianca: non risponde alle domande dei giornalisti e licenzia via Twitter persone dell’Amministrazione, alcune a sorpresa, altre per regolare conti recenti prima del 21 gennaio, giorno dell’insediamento ufficiale del «president elect» Joe Biden

di Giulia Crivelli

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Dalla notte delle elezioni è arroccato alla Casa Bianca: non risponde alle domande dei giornalisti e licenzia via Twitter persone dell’Amministrazione, alcune a sorpresa, altre per regolare conti recenti prima del 21 gennaio, giorno dell’insediamento ufficiale del «president elect» Joe Biden


4' di lettura

Lame duck: letteralmente, anatra azzoppata. Espressione figurata che in italiano usiamo in molti ambiti, ma che negli Stati Uniti viene utilizzata soprattutto in politica, per indicare una persona, un’istituzione, che pur essendo nominalmente al potere, di fatto ha visto ridurre la sua libertà o raggio d’azione. Da qui l’uso sempre più frequente di espressioni come “lame duck president”, “lame duck transition of powers” e, certo, “lame duck president elect” (nella foto, Donald Trump fotografato l’11 novembre, Veterans’ Day, al cimitero militare di Arlington, in Virginia, uno dei due stati che confinano con il District of Columbia, l’area all’interno della quale si trova la capitale Washington).

You are fired!
Durante gli anni in cui conduceva T he Apprentice, il reality show andato in onda per 15 stagioni negli Stati Uniti che nelle intenzioni avrebbe dovuto scovare e far emergere talenti del management o dell’imprenditorialià, Trump divenne famoso (e oggetto di imitazioni e parodie) per la frase che decretava il fallimento di un partecipante al reality. You are fired (sei licenziato). L’inclinazione a licenziare in modo poco ortodosso, estremamente “liofilizzato”, senza possibilità di appello e soprattutto esponendo il licenziato alla pubblica gogna dei social (vuoi mettere con la platea di ascoltatori di un network tv?), è tuttora un tratto distintivo di Donald Trump. Fino al 21 gennaio, che lo si voglia o no chiamare “lame duck”, Trump continuerà a disporre della maggior parte dei suoi poteri. E negli ultimi giorni li ha usati soprattutto per liberarsi di collaboratori, anche vicini, poco graditi.

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Mike Esper, segretario (ministro) alla Difesa
Lunedì 9 novembre Trump ha licenziato il segretario della Difesa Mark Esper, con il quale aveva da tempo pessimi rapporti. Nel 2019 Esper aveva raccomandato a Trump di ripristinare gli aiuti economici all'Ucraina, che il presidente aveva bloccato per fare pressioni perché le autorità locali indagassero sulla storia del figlio di Biden (è la storia per cui poi Trump è stato sottoposto alla procedura di impeachment). Esper si era anche schierato contro l'uso dell'esercito per reprimere le proteste di Black Lives Matter in estate. Ancora più importante, Esper era contrario al ritiro dei contingenti americani da Iraq e Afghanistan, che Trump ha annunciato quattro giorni dopo la cacciata di Esper.

Chris Krebs, responsabile della cyber sicurezza
Chris Krebs, direttore della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (Cisa), agenzia del Dipartimento di sicurezza interna, ha pagato caro il rifiuto di sottoscrivere le affermazioni del presidente di massicci brogli nel voto, definendo invece le presidenziali del 3 novembre le elezioni “più sicure della storia”. «Le recenti dichiarazioni di Chris Krebs sulla sicurezza delle elezioni del 2020 sono state molto inaccurate, in quanto ci sono state massicce irregolarità e frodi», ha scritto il presidente Usa in un tweet, citando tra le presunte altre, il voto di persone morte, i voti spostati da Trump a Biden, gli osservatori non ammessi ai seggi.

Brad Parscale, dalla ribalta dei comizi al Tso
Altro licenziamento illustre è stato quello di Brad Parscale, ex campaign manager di Trump, arrivato dopo il flop del comizio del 20 giugno a Tulsa, in Oklahoma, quando lo stesso Parscale aveva annunciato richieste per «un milione di biglietti», ma si era ritrovato con il palazzetto mezzo vuoto e il presidente furioso: a beffarlo, pare, erano stati adolescenti e fan del k-pop che si erano organizzati su TikTok. L'annuncio della rimozione era arrivato il 15 luglio: Parscale aveva mantenuto una posizione di rilievo, ma la campagna era stata affidata a Bill Stepien e alla fine di settembre Parscale è stato ricoverato in un reparto psichiatrico dopo aver tentato il suicidio.

Le ultime «vittime» di una pratica evidente fin da inizio mandato
Tra i molti (poco lunsinghieri) record battuti da Donald Trump c’è quello sui siluramenti di collaboratori della sua stessa amministrazione e del governo federale in senso più ampio.

8 aprile 2019: Nielsen, you are fired!
Fine dell'incarico di Kirstjen Nielsen come segretario della Homeland Security, il corrispettivo del ministro dell'Interno. Al suo posto fu nominato l'avvocato Kevin McAleenan. Alla base della decisione, la crisi migratoria al confine messicano.

Febbraio 2019, addio al generale Mattis
A dicembre 2018 Trump aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa dalla Siria e il dimezzamento del contingente americano in Afghanistan. Scelte che portarono alle dimissioni del capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, che non sarebbe stato informato delle decisioni del presidente. «Merita un segretario alla Difesa con idee allineate alle sue», scrisse polemicamente Mattis nella lettera di addio al’'incarico, diventato effettivo da febbraio 2019.

Novembre 2018, terremoto nel dipartimento Giustizia
Il procuratore generale degli Stati Uniti Jeff Sessions fu messo alla porta il giorno dopo le elezioni di metà mandato, a novembre 2018. «Caro signor presidente, su tua richiesta rassegno le mie dimissioni», è l’inizio della lettera inviata da Sessions a Donald Trump, che non gli aveva mai perdonato il fatto di aver lasciato la giurisdizione del Russiagate al vice ministro (segretario) di Giustizia, Rob Rosenstein.

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