Inchieste

Dongguan, il cuore in crisi del made in China

di Rita Fatiguso

5' di lettura

Una distesa ininterrotta di piante tropicali, palme e piante di banano, ad appena un’ora e mezza di macchina dai luccicanti grattacieli di GuangZhou fa da schermo alle fabbriche di Dongguan, polmone produttivo del GuangDong, la provincia cinese che, da sola, alimenta un quarto del Pil nazionale. Nel primo trimestre del 2017, stando all’Ufficio nazionale di statistica, la Cina ha registrato una crescita del 6,9%, oltre le aspettative, e anche stavolta Dongguan, suddivisa in 32 towns, ha fatto la sua parte, è pur sempre tra le punte di diamante del GuangDong, un’area con un Pil grande quanto l’Indonesia in grado di esportare come la Corea del Sud.

Esporta come la Corea del Sud

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Ma l’aria è cambiata da un pezzo e il neoprotezionismo americano, con la minaccia di introdurre dazi all’export fino al 45%, rischia di infliggere all’economia locale il colpo di grazia. Dalla strada le fabbriche ad altissima intensità produttiva che un tempo crescevano tutte a doppia cifra nemmeno si vedono, si intuiscono oltre i cancelli rafforzati, all’ingresso, da dispositivi di controllo per filtrare entrate e uscite dei dipendenti. Qui, a Dongguan, i grandi capitani dell’industria dell’elettronica cinese, dal taiwanese Terry Gou di Foxcoon a Ren Zhengfei di Huawei, il gigante di Shenzhen da 170mila dipendenti, la metà in ricerca e sviluppo, il resto alla catena di montaggio, 6,7 miliardi di dollari di utili nel 2015, hanno creato impianti-monstre, vere e proprie cittadelle in grado di fare ombra alla coesistente rete di micro-industrie locali. Apple-iPhone e smartphone cinesi Huawei vantano migliaia e migliaia di addetti per combattere una guerra, quella dei telefonini, che ha già richiesto un enorme tributo di migranti, suicidi, inquinamento. Facendo, però, scuola: a Dongguan sono spuntati i rampanti, agguerriti concorrenti Oppo e Vivo di BBK electronics, grandi contributors delle tasse locali a Chang’an, la town opposta a quella di Huawei, a Tiangxia.

Già era dura, con la competizione sul mercato interno, ora il peggio arriva con Donald Trump, che insieme al presidente Xi Jinping si è dato cento giorni di tempo per varare le nuove regole dell’interscambio (e limare il deficit commerciale Usa di 341 miliardi di dollari a fine 2016). Se, come profetizza Ubs, il Pil cinese, in uno scenario ottimistico di tariffe al 15% (e non al 45%), andrebbe a perdere “appena” lo 0,5%, è evidente che per distretti come Dongguan sarebbe il crollo, con conseguente desertificazione industriale.

Diversificare non basta

Diversificare, non basta, nella vicina Shantou è nato un parco per finanza, turismo, cultura dedicato all’attrazione di investimenti della comunità di cinesi immigrata in Asia e nel mondo. Non c’è abbastanza tempo per cambiar pelle all’economia locale, a salvarsi sarebbero solo aziende con un’organizzazione “verticale” in grado di far da hub fornitore per gruppi con diramazioni in tutto il mondo, come Luxottica, da vent’anni presente a Dongguan. «La nostra posizione è estremamente diversa e particolare – dice al Sole 24 Ore Giuseppe De Biasi, Asia operations director – nei nostri stabilimenti della town di Gaobu i 10mila addetti curano tutto il processo dalla A alla Z, l’obiettivo è rispondere alla domanda Luxottica degli altri stabilimenti nel mondo». La gestione di Luxottica del personale non è, ovviamente, slegata dalle dinamiche locali, ma l’azienda è flessibile a sufficienza per trovare le soluzioni più utili. E non è l’unica a poter vantare questo schema. Decathlon, ad esempio, è arrivata qui dieci anni fa con un sito produttivo e poi una decina di negozi, adesso sta lavorando a una piattaforma logistica per ampliare il suo mercato partendo da Dongguan. Degli altri che hanno un prodotto destinato all’export, l’ansia è evidente per cosa potrà succedere in caso di malaugurata introduzione di dazi: l’area ha già perso milioni di migranti finiti altrove, a Chongqing, Chengdu, Wuhan, Zhengzhou, ovunque, piuttosto che a Dongguan. In tutto, a fine febbraio, era una massa di 172,53 milioni, 4,54 milioni in più dell’anno scorso, in crescita del 2,7%. Ma, adesso, decidono loro dove andare: un lavoratore migrante - dice sempre l’Istituto di statistica nell’ultimo trimestre - prende in media 3.482 yuan lordi al mese (circa 470 euro), +6,4 rispetto all’anno corso. Una cifra media più alta di almeno mille yuan rispetto a Dongguan, dove la guerra per la sopravvivenza è già in corso. Se ne sono accorti un po’ tutti, dopo la controffensiva massiccia alla prostituzione, alle droghe e alla corruzione, si sta passando all’ambiente, all’analisi degli affluenti che vomitano acque nere nel Pearl River Delta.

Il cambio di passo

Le autorità hanno deciso per il cambio di passo dell’economia, a cominciare dal capo del partito della provincia e membro del Politburo, Hu Chunhua, destinato – se tutto andrà come deve – alla poltrona di vicepremier quando, finito il 19esimo Congresso del Partito in calendario a novembre, si formerà un nuovo Governo. Il Sole 24 Ore ha partecipato a marzo scorso all’opening day della provincia del GuangDong durante le Due Sessioni del Parlamento cinese. Alcune impressioni erano già nell’aria. Hu Chunhua, dopo aver parlato dei problemi infrastrutturali per unire le varie aree della provincia e portarle allo stesso livello di crescita, ha detto: «Bisogna risolvere il problema delle fasce più povere, l’anno scorso nel GuangDong almeno 1,7 milioni di persone erano sotto la soglia di povertà, bisogna alleviare la loro condizione attraverso la costruzione di un modello di sviluppo che aiuti anche i villaggi più remoti, è un processo che richiede tempo». L’obiettivo la dice lunga su come piazze del livello di Dongguan non possano permettersi minime battute di arresto.

L’assetto politico

Dongguan ha un nuovo capo del partito, Lv Yusheng, classe 62, un tipo tosto che ha iniziato a visitare una per una le aziende dell’area, vuole raggiungere il numero di 1.200 aziende innovative, per avere più tasse stimola la competizione tra colossi e si è portato a Parigi in delegazione quelli Bbk electronics, padroni di Oppo e Vivo, lì a fine marzo ha siglato un deal da 330 milioni con aziende francesi. Lv è molto rispettato, punta sulla cooperazione con le imprese straniere, in particolare nei settori delle industrie high-tech, nei servizi di fascia alta, di risparmio energetico e tutela dell’ambiente, vogliamo migliorare il livello di business.

Dongguan è ancora oggi una delle mete più importanti per gli investimenti globali, e Lv Yesheng vuol insistere con la politica dell’attrazione degli investimenti in Cina proprio per preparare le aziende a reggere all’urto dell’output dei famosi cento giorni di negoziato commerciale. Perché perfino Huawei qui sta perdendo margini di profitto, proprio sul mercato interno, su Apple e Samsung: Oppo con i suoi telefonini l’ha sorpassata appena un anno fa. Profitti inferiori alle aspettative, dunque, specie nella divisione consumer che ne assorbe un terzo. La sfuriata di Ren Zhengfei, l’ex militare fondatore e Ceo, ai suoi ricercatori è già leggenda: «Datevi da fare, altrimenti saremo fatti fuori. Non voglio più ragazzi trentenni che aspettano che il denaro gli piovi nel letto. Non pagheremo più chi non lavora duro».

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