Opinioni

Donne tra cura e lavoro. Cosa possiamo imparare dalla pandemia

di Claudia Manzi e Cristina Rossi Lamastra

(Jacob Lund - stock.adobe.com)

4' di lettura

La pandemia di COVID-19 e le diverse misure restrittive per limitarne la diffusione hanno incoraggiato le istituzioni e organizzazioni del lavoro a promuovere il lavoro da casa. Certo è che se non ci fosse stata la possibilità, offerta dalle nuove tecnologie, di implementare su larga scala questa modalità di lavoro, la pandemia avrebbe causato una catastrofe economica senza precedenti. Dall'inizio dell'emergenza sanitaria, solo in Italia, coloro che lavorano da casa sono aumentati di 5 volte rispetto al periodo pre COVID-19 ed è ormai evidente che i cambiamenti relativi al lavoro da remoto non termineranno con la pandemia, ma diventeranno strutturali nell'organizzazione del lavoro.

Già prima della pandemia, il lavoro da casa è stato analizzato da molteplici punti di vista, ricevendo sia grande sostegno sia aspre critiche. I suoi sostenitori sottolineano il suo grande potenziale in termini di armonia tra vita familiare e lavorativa. Inoltre, osservano come esso possa ridurre i costi delle imprese e di altre organizzazioni e fornire importanti benefici per l'ambiente. Tuttavia, altri autori ci mettono in guardia sui pericoli del lavoro da casa, sottolineando i rischi di un possibile sovraccarico di lavoro e della coesistenza della sfera lavorativa con quella familiare e domestica.

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In particolare, gli studi condotti durante la pandemia mostrano, purtroppo, un diverso impatto del lavoro da casa sulle donne rispetto agli uomini. I dati raccolti ed elaborati in questi studi riportano più bassi livelli di soddisfazione lavorativa per le donne e mostrano un preoccupante incremento delle ore che le donne dedicano al lavoro non pagato (generalmente lavoro di cura e gestione familiare). In sintesi, l'aumento delle ore di lavoro (pagato e non) delle donne lavoratrici ha influenzato il loro benessere, e tutto ciò si ripercuote sulle loro prospettive a lungo termine nel mercato del lavoro. Questo scenario è assai avvilente in quanto il gender gap in Italia è già tra i più ampi al mondo. In questa complessa situazione, a partire da Marzo 2020, il progetto CAREER (CARE for womEn woRk), finanziato dal Fondo Integrativo Speciale per la Ricerca e nato dalla collaborazione tra l'Università Cattolica del Sacro Cuore e il Politecnico di Milano, ha voluto indagare in profondità i vissuti delle donne lavoratrici per identificare ambiti e soluzioni di intervento.

I risultati del progetto – al centro di un convengo in programma mercoledì 1° dicembre, alle ore 17.00, nella sede di largo Gemelli, 1 dell'Università Cattolica - restituiscono al nostro sguardo un quadro estremamente complesso sul lavoro femminile nell'ultimo anno e mezzo. Le lavoratrici hanno, infatti, un atteggiamento ambivalente rispetto al lavoro da casa. Da un lato, hanno affrontato questo cambiamento con un atteggiamento positivo e visto come un'opportunità di crescita personale e professionale. Nello specifico, il lavoro da casa è stato vissuto dalle donne come un'occasione di maggiore presenza in famiglia: questo ha mitigato i sensi di colpa che spesso le fanno sentire inadeguate nei loro compiti di cura e ha consentito loro di migliorare la qualità delle loro relazioni familiari. Dall'altra però, le prescrizioni di genere che le vedono protagoniste (quasi del tutto solitarie) della gestione domestica e familiare, non le ha sostenute nel conciliare lavoro e famiglia in un unico confine ambientale, in altri termini, le lavoratrici non hanno sempre saputo presidiare le interferenze della vita familiare sul loro lavoro. In merito a ciò è interessante notare come non sia stata tanto la performance lavorativa a subirne le conseguenze, quanto piuttosto i livelli di stress e benessere mentale delle lavoratrici, assai più bassi rispetto a quelli degli uomini.

Le cause di questa situazione sono il combinato disposto di ciò che accade sul piano culturale, relazionale e, logistico-organizzativo. Dal punto di vista culturale, l'adozione, ancora in larga parte inconsapevole, di modelli stereotipici circa il ruolo delle donne nel mondo del lavoro e nella sfera familiare, ha rappresentato senz'altro un grande ostacolo per le lavoratrici. Gli stereotipi di genere sono stati poi aggravati dai pochi e mal formulati aiuti provenienti dalle istituzioni e dalle organizzazioni, dallo scarso supporto dei partner e da soluzioni poco adeguate per lo svolgimento del loro lavoro. Ad esempio, il progetto FISR ha mostrato come le donne mancano più frequentemente rispetto agli uomini di spazi adeguati per potersi concentrare.

Certamente il quadro è complesso, ma visti gli orientamenti futuri dell'organizzazione del lavoro in Italia, per favorire la ripresa e la tenuta del lavoro femminile, occorre guardare il lavoro da casa in modo meno disincantato e semplicistico, e soprattutto, fornire alle donne lavoratrici una visione identitaria più forte rispetto al loro ruolo nelle organizzazioni e nella società. Lavorare da casa, se da una parte può aiutarle nella sfera di vita e familiare, non dovrebbe allontanarle dalla loro vita professionale e dalla piena realizzazione della loro identità di lavoratrici.

Azioni a sostegno dell'occupazione femminile andranno, quindi, condotte considerando il complesso intreccio tra sfera lavorativa e privata, sostenendo modelli di reciproco arricchimento di queste due sfere, e a contrastare le visioni stereotipiche che ancora influenzano la vita delle donne nel nostro Paese.

“Donne tra lavoro e cura. Cosa possiamo imparare dalla Pandemia”: è questo il titolo del convegno in programma mercoledì 1° dicembre, alle ore 17.00, in presenza nell'aula Bontadini dell'Università Cattolica (G.001 - largo Gemelli, 1) e on line sulla piattaforma WeBex. L'incontro sarà l'occasione per presentare il Progetto Career – CARE for womEn woRk, frutto della collaborazione tra Università Cattolica del Sacro Cuore e Politecnico di Milano.

Claudia Manzi, docente di Psicologia sociale, Università Cattolica
Cristina Rossi Lamastra, docente di Business and Industrial Economics, Politecnico di Milano

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