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Donne, giovani, Sud: le tre fragilità del mercato del lavoro

A mettere nero su bianco i tre anelli deboli è l'Istat, che, in audizione sulla NaDef, pubblica una serie di dati sui nodi storici dell’occupazione nel nostro Paese

di Claudio Tucci


Inattivi e giovani, le spine del mercato del lavoro

3' di lettura

Il mercato del lavoro ha tre anelli deboli: donne, giovani e Sud. A metterlo nero su bianco è l'Istat, che, in audizione sulla NaDef, pubblica una serie di dati sui nodi storici dell'occupazione nel nostro Paese, per ora non scalfiti dalle recenti politiche di governo (leggasi anche garanzia giovani, reddito di cittadinanza, quota 100, oltre ai variegati incentivi alle assunzioni più o meno selettivi).

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Donne
In dieci anni la quota di donne tra gli occupati è passata dal 40,1 al 42,1%. Le donne occupate sono aumentate di circa mezzo milione (+5,4%), valore che sintetizza una dinamica stagnante negli anni della crisi (6 mila; +0,1% tra il 2008 e il 2013) e un deciso aumento tra il 2013 e il 2018 (492 mila; +5,3%). Ciononostante, nel nostro Paese ancora solo il 56,2% delle donne partecipa al mercato del lavoro e il tasso di occupazione non supera il 50%. Si tratta dei valori tra i più bassi, insieme a quelli della Grecia, tra i paesi dell'Unione europea dove il tasso di attività è pari al 68,3% e quello di occupazione al 63,4%. Il ruolo ricoperto in famiglia, in assenza di un adeguato sistema di sostegno, appare come uno dei fattori discriminante (insieme alla regione di residenza e al titolo di studio). Il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 senza figli e quello delle donne nella stessa fascia di età con figli non supera il 74%, valore tra l'altro in discesa negli ultimi 3 anni dopo il picco di quasi il 78% raggiunto nel 2015. Inoltre, tra il 2013 e il 2018 per le donne con figli tra 0 e 2 anni si è stimato un sostanziale arretramento nel tasso di occupazione (-5,1 punti per le donne in un nucleo monogenitore e -1,3 per le madri in coppia).

Giovani
Per quanto riguarda i giovani, continua l'Istat, prosegue la diminuzione della loro incidenza sul totale degli occupati, riconducibile a diversi fattori, tra i quali il calo della popolazione giovane, l'allungamento dei percorsi di studio, le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro dei più giovani, il progressivo invecchiamento di coorti numerose di popolazione, l'aumento dell'età al pensionamento. Il decennio ha visto aumentare la distanza fra giovani e adulti in termini di stabilità del lavoro: la quota di dipendenti a tempo indeterminato tra i giovani è scesa dal 61,4% del 2008 al 52,7% del 2018, mentre quella degli over 35 è aumentata di 1,1 punti attestandosi al 67,1%. Inoltre circa un terzo dei 15-34enni occupati nel 2018 ha un lavoro a tempo determinato.

Sud
Nel decennio, poi, si sono ulteriormente ampliati i divari territoriali. Nel 2018 nel Centro-Nord il recupero dell'occupazione, iniziato nel 2013, ha portato a un aumento del numero di occupati rispetto al 2008 (384mila, +2,3%), mentre nel Mezzogiorno il saldo è ancora ampiamente negativo (-260mila; -4,0%). Oltre al più forte aumento del lavoro a termine, la differenza nei livelli di crescita del Centro-Nord è dovuta alla dinamica del lavoro permanente: complessivamente nel Centro-Nord vi sono 195mila dipendenti a tempo indeterminato in più rispetto al 2008 (+1,8%) mentre nel Mezzogiorno ve ne sono 273mila in meno (-7,0%). Contestualmente è stato più forte nel Mezzogiorno il calo del lavoro a tempo pieno, la cui incidenza sul totale occupati è scesa dall'87,4 all'82,0%. Tale dinamica ha prodotto una ricomposizione del lavoro permanente nelle due ripartizioni per cui meno della metà degli occupati nel Mezzogiorno può contare su un lavoro stabile e a tempo pieno (48,8%, in calo di 5,5 punti percentuali), contro il 54% del Centro-nord (-2,6 punti percentuali). Benché in diminuzione, resta inoltre molto più elevato nel Mezzogiorno il tasso di lavoro irregolare.

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