Speciale 8 marzo

Donne più veloci alla laurea ma trovano lavoro dopo i colleghi

Ritardo generale per il primo contratto, con il record delle infermiere che aspettano sei mesi in più degli uomini. Il divario retributivo arriva fino a 325 euro in meno nel caso delle psicologhe

di Eugenio Bruno

In Italia lavoro donne penalizzato doppio che in Ue

3' di lettura

Oltre che a bucare il tradizionale “soffitto di cristallo”, che impedisce le loro progressioni di carriera, le professioniste italiane fanno fatica anche a varcare le “porte di vetro”, che le separano dal mercato del lavoro. Come dimostrano le elaborazioni realizzate da AlmaLaurea per il Sole 24 Ore del Lunedì. Se è vero che il salto dagli studi al primo impiego rappresenta un momento traumatico per molti nostri connazionali è altrettanto vero che per le donne lo è ancora di più, visti i tempi mediamente più lunghi con cui accedono alla professione. Fatta eccezione per le specialiste in contabilità (commercialisti e dintorni) e le veterinarie.

Prime all’università

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L’ultima rilevazione stabile del consorzio che raggruppa 76 atenei italiani si ferma al 2019 quando la pandemia era ancora di là da venire. Un focus sui percorsi universitari e professionali di 13 categorie di professionisti, fotografati a 5 anni di distanza dal conseguimento del titolo, ci dice innanzitutto che fino alla laurea le ragazze hanno un maggiore successo dei ragazzi. Non solo perché arrivano prima al traguardo - si va dai 26,2 anni delle avvocate contro i 26,6 degli avvocati e delle ingegneri industriali e gestionali ai 26,9 delle biologhe contro i 28 dei biologi - ma perché spesso ci riescono portando a casa un voto migliore.

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Come confermano il 108 a 106,7 delle architette sugli architetti, il 108,1 a 105,3 delle dentiste sui dentisti e il 107,3 a 105,8 delle ingegnere edili e ambientali rispetto ai loro omologhi maschili. Con un paio di eccezioni degne di nota (le infermiere che si laureano a 38 anni contro i 36 degli infermieri o gli ingegneri meccanici che ottengono un voto medio di 106,1 contro il 106 tondo tondo delle loro colleghe), ma che non alterano i termini generali della contesa. Che vede l’accesso al lavoro femminile restare più lento, difficoltoso e precario rispetto a quello maschile. Con tutte le conseguenze che conosciamo in termini di gender pay gap: tema affrontato nelle pagine precedenti e confermato da Almalaurea.

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In ritardo al lavoro

L’indizio più evidente delle difficoltà che le donne incontrano nell’accesso alla professione arriva dall’indicatore sul tempo medio che separa la laurea dalla prima occupazione. In alcuni casi la differenza è minima: 0,2 mesi per gli ingegneri industriali e gestionali (5,5 mesi per gli uomini e 5,7 per le donne); un mese per i medici generici (9,3 a 10,3) e gli avvocati (20,8 a 21,8); 1,2 mesi per i biologi (11,7 a 12,9) e i farmacisti (6,4 a 7,6). In altre è più ampia, ad esempio nelle professioni infermieristiche, con i maschi che ci mettono quasi sei mesi in meno (6,4 a 12,1) a ottenere il primo contratto. Laddove commercialiste e veterinarie fanno eccezione e battono seppur di poco i loro colleghi uomini: 11,9 a 12,7 le prime; 9,7 a 9,8 le seconde.

Risultato: il ritardo all’ingresso difficilmente viene recuperato, come dimostrano i livelli delle retribuzioni femminili mediamente più bassi di quelle maschile nonostante una formazione post lauream uguale se non migliore. A volte di poco, come i 44 euro netti mensili che separano le infermiere dagli infermieri; altre di tanto, come i 268 euro che dividono le dottoresse dai medici generici o addirittura i 325 delle psicologhe rispetto agli psicologi. Numeri che portano la direttrice di AlmaLaurea, Marina Tomoteo, a sottolineare: «Nel mondo delle libere professioni le differenze di genere che le indagini AlmaLaurea evidenziano ci parlano di un doppio registro: per le donne, storicamente penalizzate sul fronte occupazionale, si conferma un dato negativo, che si esprime in particolare in ambito retributivo. D’altra parte - aggiunge - le donne restano un motore propulsivo importante anche in questo ambito, come confermato dal fatto che la componente femminile è maggioritaria nell’esercizio di queste professioni». Un gap nel gap di cui non si può non tenere conto.

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