western stars

Dopo 46 anni e 19 album il «Boss» guarda ancora verso Ovest

Alla Festa del cinema di Roma l’esordio alla regia di Bruce Springsteen. Un’opera che va oltre il film musicale. Capace com’è di parlare contemporaneamente alla testa, all’orecchio e al cuore dello spettatore.

di Eugenio Bruno


"Hello sunshine", il primo inedito di Springsteen dopo 5 anni

3' di lettura

Aveva ragione Antonio Monda quando nel presentare la 14esima edizione della Festa del cinema di Roma, aveva individuato nella musica la protagonista principale. Musica con la m maiuscola quella che sentiamo (e vediamo) per quasi un’ora e mezza durante Western Stars, l’esordio alla regia di Bruce Springsteen. Un’opera sul suo ultimo (omonimo) album che va ben oltre il film musicale. Capace com’è di parlare contemporaneamente alla testa, all’orecchio e al cuore dello spettatore. E che conferma come - a 46 anni dall’esordio discografico e arrivato al 19esimo disco - il «Boss» guardi ancora verso il futuro. Verso Ovest.

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Nonostante gli abbia consentito di portare sullo schermo tutti e 13 i brani del suo ultimo album Western stars è molto di più di un film musicale. La breve introduzione che vuole tenere insieme il suo destino personale e quello collettivo degli Usa. I salti temporali tra i filmini privati del passato e la musica del presente. I cambi di ambientazione tra l’East coast, dove si trova il fienile in cui lo vediamo eseguire con l’accompagnamento della moglie Patti Sciaffa e di un’orchestra di 30 elementi, e il West, dove percorre a piedi o in pick-up i sentieri selvaggi e polverosi del Joshua Tree National Park. Tutto si tiene. Ogni elemento filmico serve ad andare oltre i testi, oltre la voce, oltre la chitarra, oltre l’album, oltre la storia familiare, oltre la carriera della 70enne leggenda del rock americana.

Era il 1973 quando esordiva con Greetings from Asbury Park, N.J. Quarantasei anni (e 18 album) dopo il Boss continua a inseguire la Frontiera. O la “frontera”, come la pronuncia alla messicana nel film. Per lui infatti - come leggiamo nelle note di produzione - l’Ovest «continua ad essere un paesaggio mitico; è un qualcosa che da americani portiamo dentro di noi, cogliamo immediatamente l'isolamento di quello spazio, la difficoltà a stabilire le connessioni umane più elementari, e la lotta per il senso di comunità e amore». E forse nessuna immagine più del Parco nazionale californiano poteva rappresentare meglio visivamente questi concetti. Con una suggestione e una tensione emotiva che rende accettabile anche un uso un po’ troppo insistito (e quindi retorico) dello slow motion.

Giunto quasi sul finale del programma il documentario su Bruce Springsteen impreziosisce e in parte risolleva il bilancio complessivo della kermesse capitolina. Che il Boss sa cantare non lo scopriamo oggi. E neanche che sa suonare. Ma che invece è in grado anche di mettersi dietro la macchina da presa e dirigere se stesso e la sua band lo annoveriamo tra le sorprese più piacevoli dell’intera Festa del cinema di Roma. Se è vero che le 13 tracce inedite che compongono l’ultimo album rappresentano il filo conduttore del film, la sua riuscita la si deve soprattutto agli intermezzi tra un brano e l’altro. Scandite come sono dalle riflessioni e dai pensieri dell’autore. Come se fosse uno dei suoi pezzi più celebri Western stars risulta infatti un’opera ben scritta. Oltre che ben cantata e ben interpretata. Capace di parlare a testa, orecchie e cuore contemporaneamente. Valga un passaggio su tutti: il riferimento ai suoi 35 anni passati a combattere contro i propri lati distruttivi salvo poi imparare a convicerci. Impossibile non sentirsi coinvolti. Così come è impossibile non sentirsi tra i destinatari del suo augurio finale ”Buon viaggio, pellegrino” .

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