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Dopo la cacciata di Trump da Twitter, social e politici sempre più simili

Con il bando di Donald Trump da Twitter la politica e le piattaforme sono sempre più indistinguibili per regole, grammatica e obiettivi. Ma Dorsey e Zuckerberg sono consapevoli del loro ruolo?

Perché Merkel (e Navalny) criticano il bando Twitter a Trump

Con il bando di Donald Trump da Twitter la politica e le piattaforme sono sempre più indistinguibili per regole, grammatica e obiettivi. Ma Dorsey e Zuckerberg sono consapevoli del loro ruolo?


6' di lettura

È censura impedire a Donald Trump di comunicare sui social media o è libera facoltà di un’azienda privata fa rispettare regole accettate? Negli ultimi giorni il dibattito si è polarizzato sul tema, chiamando in causa valori come diritto d'espressione, le norme vigenti a livello locale così come i termini e condizioni delle piattaforme stesse. Un dibattito che non tiene conto dell'errore macroscopico di impostazione: considerare i social un contenitore e la comunicazione politica il contenuto. Eppure sono passati 57 anni dall'enunciazione della celebre tesi di Marshall McLuhan secondo cui il medium è il messaggio: è cioè illusorio pensare di distinguere contenitore e contenuto, in quanto il medium - ossia il contenitore - condiziona anzi struttura profondamente ciò che si intende comunicare, ossia il messaggio.

Gli innumerevoli proclami di Trump riguardo alle elezioni “rubate” non avevano necessità di essere suffragate da prove, che peraltro non sono emerse. Doveva bastare per the Donald l'autorità di chi pronunciava quelle frasi e la disponibilità dell'uditorio a credergli. Ma su quali basi? Dicevamo, i social condizionano i messaggi, esaltano quelli virali, immediati, semplici.

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Il social è il messaggio

Come altri media, hanno una grammatica ben precisa che poggia su una serie di princìpi: il confirmation bias, la prevalenza del particolare sul generale, l'estrema sinteticità dei messaggi sono le modalità che condizionano la comunicazione su Facebook, Twitter, Instagram. Che lo si voglia o no. Nel primo caso - ossia nel caso in cui si decida di strutturare una comunicazione che sfrutti il Dna delle piattaforme social - è possibile far leva su questi elementi allo scopo di rendere virale un contenuto, mescolando percezione e realtà, sentito dire e informazione, in un mash up in cui tutto è possibile: addirittura plausibile, volendo, dunque verosimile. Vero o quasi, quindi. Volendo, senza nessun quasi.

Verità e post verità

Perché la disponibilità del pubblico a credere a prescindere dalle evidenze a chi offre una spiegazione di un fenomeno che suscita repulsione rappresenta il maggiore alleato di chi vuole diffondere una comunicazione che i boomer definirebbero “falsa”. Solo le élite la chiamano “post-verità”, termine usato la prima volta nel 1992, ma associato ai social network per la prima volta dal politologo francese Dominique Moisi nel 2009, per esplodere negli ultimi cinque anni. Come funziona? Prendete la vicenda dell'ex agente dell'Fbi che indagava sulle mail di Hillary Clinton: si è davvero suicidato, chiedeva l'articolo di un sito web? Stiamo parlando di uno dei tre articoli più letti su Facebook dagli statunitensi nel 2016, l'anno che portò alla conquista della Casa Bianca da parte di vittoria di Trump.

Mentre pensate che - chissà -, forse qualcosa di vero ci sarà stato, può essere interessante sapere che l'agente non è mai esistito, così come non è mai esistito il giornale online che ha pubblicato la “notizia”. E' possibile considerarla tale? Il post era uno di quelli diffusi a pagamento da Cambridge Analytica. E come sono riusciti gli abitanti del Galles e di Leicester (Inghilterra) a fronteggiare l'invasione della Turchia? Il pericolo era stato paventato durante i mesi precedenti il referendum su Brexit, quando si temeva che un'Europa permissiva con Ankara provocasse un'invasione di manovalanza di basso livello sui territori già poveri del Regno Unito.

Da Goethe a Van Dijk

Come sarà ormai chiaro, questa non è una materia per interpretazioni ingenue e sarebbe facile derubricare la creduloneria di queste persone. Come spiega Jose Van Dijk in “The Platform Society”, le logiche delle piattaforme stanno modellando la società contemporanea. E il fenomeno è analogo a quanto accaduto in passato all'apparire di altri strumenti/generi: il Settecento vide la nascita del genere letterario del romanzo per come lo conosciamo ora e dopo la pubblicazione de I dolori del giovane Werther nel 1774 si verificò in tutta Europa un'ondata di suicidi, effetto di emulazione della vicenda dell'amore sfortunato del protagonista del libro. La cosa destò grande scandalo e le autorità religiose, politiche, civili e sociali dell'epoca scesero in campo, come diremmo oggi, per stigmatizzare e impedire questo effetto emulazione. Che tuttavia si ripetè tale e quale 34 anni, dopo con la pubblicazione de Le ultime lettere di Jacopo Ortis.

Si fa presto a dire complotto

Prendete una persona dal livello di istruzione non eccelso, poco avvezza ad un'analisi critica di ciò che accade intorno, costretta per mesi all'isolamento domestico per via della pandemia da coronavirus, ossia un fenomeno globale sui cui la scienza ufficiale non ha fornito una spiegazione ultimativa. Ciò che non si conosce è di molto superiore a ciò che si sa, il che lascia adito a ipotesi multiformi che sarebbe riduttivo definire complottismo. “Negazionismo” è un concetto riduttivo: non è certo facile accettare la realtà di una pandemia di cui magari non si conosce personalmente alcuna vittima. «Sicuramente è un complotto orchestrato dai poteri forti in laboratorio» è una frase tipica che è possibile leggere su alcuni gruppi social. Teorie come quelle del virus prodotto in un laboratorio cinese hanno una capacità persuasiva nei suoi confronti molto più forte dei dubbi della scienza sul reale.

Per non parlare delle teorie dei seguaci di QAnon e la narrazione riguardante il presunto cocktail di liquidi organici che permetterebbe ai democratici di vivere a lungo. Alcuni seguaci di questo gruppo hanno assaltato il 6 gennaio Capitol Hill. Il Pizzagate ha provocato l’assalto armato a una pizzeria, nella convinzione - falsa - che fosse un covo di pedofili. Negli ultimi anni si sono registrate decine di attacchi armati negli Stati Uniti, con oltre 70 vittime, da parte di esponenti che in vario modo hanno dato credito alle accuse di Donald Trump.

Dalla narrazione alla realtà

E qui si inserisce la comunicazione politica, che utilizza industrialmente le piattaforme social per raggiungere l'obiettivo più importante di un politico: la conquista del consenso, che passa dall'analisi dell'audience alla costruzione di una narrazione che fa leva sulle aspettative del pubblico, posizionandosi come interlocutore - al governo o all'opposizione, poco importa – autorevole nei confronti dei follower/elettori. Una narrazione, apparentemente allucinata e paranoica, che diventa lo strumento per interagire con la realtà e crearla a piacimento di chi ne è emittente. Fa sorridere la censura della vecchia tv degli anni 50 dell'Italia democristiana, in cui era bandita dai tg la parola membro del Parlamento) e che ricopriva di calze nere le gambe delle ballerine. Nell'ultimo quinquiennio le fortune di molti leader politici sono state costruite sulle piattaforme social, anche se non sempre sono riuscite a reggere all'usura del tempo. Quel che è certo è che con gli anni la politica e le piattaforme sono diventate sempre più indistinguibili per regole, grammatica, finalità e modalità operative.

Social come editori

«Il 2020 è un anno cruciale per la ridefinizione del rapporto tra le piattaforme social e i loro contenuti - dice Nicoletta Vittadini, docente di Sociologia della Comunicazione, Web e Social Media presso l'Università Cattolica di Milano -. Dopo anni in cui l'affermazione di Zuckerberg “Facebook è una tech company” aveva dominato il dibattito, la diffusione del Covid-19 ha progressivamente spinto Twitter, Facebook e persino TikTok ad assumersi una responsabilità di tipo editoriale. Ciascuna piattaforma ha proposto, infatti, il proprio spazio di aggregazione di contenuti affidabili sul tema Covid-19. Non certo la responsabilità editoriale della scrittura e produzione di contenuti, ma quella altrettanto importante del filtro e dell'aggregazione delle informazioni. Da qui si è aperto un percorso che porta direttamente alla scelta di cancellare il tweet e poi sospendere il profilo di Donald Trump, perché se si inizia ad assumersi una responsabilità editoriale verso i contenuti non si può più tornare indietro».

Se la vicenda di Cambridge Analytica ha rappresentato la fine dell'èra dell'innocenza dei social, il bando a Trump – o per meglio dire al suo account personale, quello presidenziale POTUS è operativo anche se silente – rappresenta la certificazione di un concetto che finora è stato definito come iperbolico: i social media sono veri e propri Stati, con leggi (termini e condizioni), cittadini (follower), economia (domanda e offerta di beni e servizi), metafisica e religione (l'algoritmo che elabora i dati e distribuisce i contenuti). La domanda da porsi è se chi governa i social abbia l'esatta consapevolezza del proprio ruolo e se da ciò derivi regole conseguenti e coerenti per l'ottenimento di un obiettivo definito. Già, ma quale?

Le Cayman sul proprio smartphone

Inoltre: quali meccanismi di check and balance - secondo il sistema anglosassone - possono rappresentare il più efficiente sistema di controllo e garanzia delle piattaforme social? Un'autorità di vigilanza come per i mercati finanziari o una Corte d'Appello sul modello della Giustizia? Quel che è certo è che coloro che possiedono i social, chi li gestisce e chi li “abita”, non possono più evitare di prendere sul serio il loro ruolo politico e sociale. Perché quando l'utente apre decine di volte al giorno la sua app preferita, si affaccia su un mondo “franco”, staccato dalla quotidianità. Un po' come le Cayman per i colossi del web.

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