reportage - credito & territori

Dopo il crack di Carichieti le Pmi cercano la ripresa

di Michele Romano


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5' di lettura

Oltre centocinquant’anni di storia e di crescita anche industriale cancellati, due anni fa, dalla messa in liquidazione: è il percorso di vita di Carichieti, il principale ente creditizio della città e delle province di Chieti (quella più industrializzata d’Abruzzo) e Pescara (vocata a servizi e commercio), che negli anni ha allargato il proprio bacino d’azione, aprendo filiali in tutto l’Abruzzo (i clienti sono complessivamente 142mila) e anche a Roma, Milano, Perugia, Potenza.

Per le piccole imprese era la banca di riferimento che, conoscendo direttamente e bene i propri clienti, poteva fornire un accesso al credito dimensionato e sostenibile; per le realtà più grandi fungeva da banca di garanzia, che operava in partnership con i maggiori istituti di credito italiani.

Nel 2012, mentre si concludevano i festeggiamenti per i 150 anni di attività è iniziata la parabola discendente, rapidissima fino al fallimento: l’esposizione della banca (45 milioni di sofferenze, ndr) era concentrata su pochissime posizioni, prevalentemente un’azienda metalmeccanica e un gruppo commerciale. Un rischio credito non sufficientemente polverizzato. Da Confindustria Chieti Pescara spiegano: «La conseguente crisi ha però inciso sulle posizioni di molte piccole imprese, per le quali Carichieti era – insieme a Caripe – banca di riferimento; in particolare, per quelle dell’edilizia pubblica, alle quali il cronico problema del ritardo dei pagamenti ha causato squilibri finanziari devastanti».

Nel 2014 è arrivata la dichiarazione di insolvenza, l’anno dopo l’azzeramento totale del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, disposto dal consiglio dei ministri su proposta della Banca d’Italia. Una mazzata per una regione che aveva già fatto i conti con la scomparsa della Carispaq, la prima cassa di risparmio dell’Italia meridionale (attiva dal 1862), nel 2013 incorporata da Bper, con l’integrazione di Caripe (2011) in Banca Tercas e la successiva fusione per incorporazione di entrambe nella Popolare di Bari, datata 2016, e con le conseguenze del crac di Veneto Banca dello scorso anno, uno choc finanziario da circa 15 milioni.

Di fronte al fallimento, parla di «dolore e rabbia» Umberto Di Primio, dal 2010 sindaco di Chieti, convinto che la banca «sia stata coinvolta e accomunata in una vicenda che non la riguardava e che non meritava di essere svenduta insieme agli altri istituti di credito falliti a un euro». In questo legge «una gravissima responsabilità di Banca d’Italia e del governo, che nella vicenda non ha certo brillato per capacità». «È evidente che una banca divenuta così importate per estensione sul territorio e per depositi – conclude il primo cittadino - aveva bisogno di avere un management di qualità e, soprattutto, di essere sottratta a una logica che non era solo quella degli interessi degli azionisti e dei correntisti».

Negli ultimi tre anni, inoltre, Carichieti si è trovata nelle condizioni di dover restringere le sue disponibilità a sostegno dell’economia locale: «Nel periodo di massima crisi produttiva e di incassi – conferma Gennaro Zecca, presidente di Confindustria Chieti Pescara –, tante piccole e medie aziende hanno dovuto far fronte a rientri disposti in modo improvviso e, purtroppo, il sistema bancario locale nel suo complesso non ha potuto supplire a tali necessità».

In tante hanno dovuto chiudere (secondo Movimprese, 5.383 aziende chiuse da dicembre 2007 a settembre 2017, con un stock sceso a 28.785 attive nella sola provincia di Chieti) o ridimensionarsi in modo significativo, situazione aggravata dal fallimento – datato inizi degli anni ’80 e accennato senza successo nei mesi scorsi – del progetto di una cassa di risparmio unica regionale, che secondo il presidente della camera di commercio teatina, Roberto Di Vincenzo, «avrebbe rappresentato un baluardo forte alla crisi e creato un vero polo locale, forte e credibile, all’interno del quale Carichieti avrebbe potuto svolgere un ruolo decisivo».

A febbraio del prossimo anno, Ubi completerà il processo di acquisizione di Carichieti, anche se il marchio della nuova proprietà già compare nei 63 sportelli abruzzesi e nelle due direzioni territoriali tra cui una dedicata all’area chietina, nei quali operano complessivamente poco più di 570 dipendenti. Il sindacato vigila sui livelli occupazionali, dopo l’accordo che prevede poco meno di 90 uscite volontarie che sono in via di completamento. «Ci aspettiamo però novità nella prossima primavera – dice Claudio Bellini, segretario della Fiba Cisl abruzzese –, quando Carichieti diventerà solo un’area di business all’interno di Ubi». Il timore è che «si rischi una super saturazione di filiali sul territorio, che potrebbe comportare delle chiusure».

«Abbiamo assicurato continuità alla presenza bancaria sul territorio e in Abruzzo continueremo a operare in maniera capillare al servizio di imprese e privati»: risponde così Raffaele Avantaggiato, amministratore delegato di quella che è oggi, per motivi burocratici, Banca Teatina, parlando di «un’operazione di mercato, a riprova della fiducia nell’economia che andiamo a servire e che sta dando i suoi frutti essendo la banca già in pareggio». Un messaggio diretto soprattutto a imprenditori e sindacati.

Il sistema economico locale resta comunque prudente: «Ci sono relazioni storiche da ricostruire – avverte Di Vincenzo -, ma è cambiato il centro decisionale: si pensi, ad esempio, che Carichieti investiva annualmente circa 2 milioni di euro sul territorio, cifra che si è ridotta a 10 mila euro e questo è un inequivocabile segnale di distanza». Un’evidenza che trova d’accordo anche il sindaco Di Primio («Ubi diventi parte attiva del territorio con iniziative e progetti di carattere culturale e sociale per una città del futuro») e il presidente degli industriali Zecca («la raccolta effettuata sul territorio non finisca altrove»).

Sul tema degli affidamenti nessuno si illude che si possa prescindere dal rating dell’impresa, «ma gli imprenditori locali – chiosa Gennaro Strever, fondatore del gruppo omonimo con sede a San Salvo e numero uno di Ance Chieti – hanno bisogno di risposte veloci, anche se negative: Ubi, che ha già una presenza consolidata sul territorio, sa perfettamente che i tempi di valutazione dei progetti e dell’erogazione dei finanziamenti non possono essere lunghi, come invece è prassi consolidata nella maggior parte dei grandi gruppi bancari».

Zecca aggiunge un’altra richiesta, che tiene conto proprio del sistema economico del territorio, fatto da piccole aziende e imprese del commercio: «Non ridurre drasticamente i livelli di affidamento già in essere, specialmente nei casi di doppia o tripla esposizione aperta in Ubi, Carichieti o Banca Marche: per tanti significherebbe un tracollo finanziario».

Tanto più che la crisi della Honeywell di Atessa (420 addetti), nelle mani del ministro Calenda che nei prossimi giorni incontrerà la proprietà francese, e quella in via di soluzione alla Dayco Europe (600 addetti in tre stabilimenti), rischiano di avere un impatto disastroso sull’indotto. Situazioni delicate che si innestano su un tessuto produttivo regionale che nei primi 9 mesi del 2017, secondo Banca d’Italia, ha recuperato «dopo la marcata caduta registrata all’apice della crisi». La tendenza espansiva dichiarata dal campione di 110 imprese industriali, infatti, dopo le grandi imprese internazionalizzate, «sta progressivamente interessando anche le aziende di minore dimensione, che beneficiano del miglioramento della domanda interna a livello nazionale».

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