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Cripto-crack, dopo Ftx anche BlockFi getta la spugna. Tra i creditori la Sec

Il contagio va avanti. Anche BlockFi, fino a qualche mese fa una delle più accreditate piattaforme dove depositare cripto in cambio di interessi, utilizzata anche da molti cripto-investitori italiani, ha avviato la procedura di bancarotta negli Stati Uniti

di Vito Lops

Cripto delirio

3' di lettura

L’elenco del “Chapter 11” si arricchisce. Anche BlockFi, fino a qualche mese fa una delle più accreditate piattaforme dove depositare cripto in cambio di interessi utilizzata anche da molti cripto-investitori italiani, ha avviato la procedura di bancarotta negli Stati Uniti. «Questa azione segue gli eventi scioccanti che circondano Ftx e le entità societarie associate. Una decisione difficile ma necessaria che ci porta a sospendere la maggior parte delle attività sulla nostra piattaforma».

Nella richiesta di soccorso presentata alla corte del New Jersey emerge come BlockFi abbia oltre 100mila creditori, con asset incagliati compresi tra 1 e 10 miliardi di dollari. Il creditore più grande che emerge dal faldone della bancarotta è Ankura trust company, con un’esposizione di 729 milioni. Seguono nell’ordine Ftx - con una linea di credito di 275 milioni - e la Sec (l’equivalente della Consob per gli Usa) con 30 milioni.

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Perché il credito della Sec

Il credito della Sec è relativo a un accordo da 100 milioni raggiunto al termine di un’indagine conclusa a febbraio che ha poi consentito alla società di continuare ad offrire regolarmente interessi sui cripto-depositi. La scorsa primavera Ftx - l’exchange fondato dal controverso Sam Bankman-Fried che ha dichiarato bancarotta l’11 novembre innescando un effetto domino tra le piattaforme di compravendita di criptovalute - aveva esteso una linea di credito a BlockFi per supportarla durante le gravi difficoltà emerse dopo il crack di Terra/Luna che aveva mandato gambe all’aria il fondo hedge Three arrows capital e la piattaforma di lending e depositi Celsius.

Senza il sostegno di Ftx probabilmente BlockFi sarebbe fallita qualche mese fa. L’appuntamento con il “Capitolo 11” è stato solo rimandato di qualche mese, dopo che in effetti è venuto a mancare il supporto di Ftx, a cui BlockFi si era legata a doppio file. Per i clienti - che già da un mese non potevano più prelevare le proprie cripto - si apre ora l’incerto capitolo rimborsi tipico di una fase di ristrutturazione/liquidazione. A tal proposito va tenuto conto che BlockFi ha 256,9 milioni di dollari in contanti, che dovrebbero fornire liquidità sufficiente per supportare determinate operazioni durante il processo di ristrutturazione, secondo un comunicato stampa della società.

Un processo «trasparente»

«Con il crollo di Ftx, il team di gestione e il consiglio di amministrazione di BlockFi sono immediatamente intervenuti per proteggere i clienti e l’azienda - spiega Mark Renzi del Berkeley research group, consulente finanziario dell’azienda -. Fin dall’inizio, BlockFi ha lavorato per plasmare positivamente il settore delle criptovalute e far progredire il settore. BlockFi attende con impazienza un processo trasparente che raggiunga il miglior risultato per tutti i clienti e le altre parti interessate».

Che succede al Bitcoin

Il mercato delle criptovalute continua a vivere giornate complicate. Il prezzo del Bitcoin è tornato nuovamente in area 16mila dollari mentre quello di Ethereum, la seconda cripto per capitalizzazione, è scivolato ancora sotto 1.200. La capitalizzazione dell’intero settore - che un anno fa sfiorava i massimi vicino ai 3mila miliardi - è scesa a 775 miliardi.

I nodi al pettine sono ancora numerosi: si teme che la piattaforma Genesis, il più grande lender di criptovalute al mondo, possa essere la prossima a ricorrere al “Chapter 11”qualora non riesca a raccogliere fondi per risanare la propria delicata situazione contabile che ha contagiato anche il servizio Gemini earn (offerto dai gemelli Winklevoss) che nel frattempo ha sospeso i prelievi. L’altro grande timore è che un’ulteriore frenata delle quotazioni possa spingere alcuni miners - quelli meno efficienti - ad essere costretti a liquidare una parte di Bitcoin in portafoglio. Alimentando il contagio.


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