impeachment

Dopo l’assoluzione le purghe di Trump: silurati il whistleblower e l’ambasciatore Ue Sondland

Il tenente colonnello Alexander Vindman ha rivelato i particolari della telefonata al presidente ucraino. Il diplomatico ha svelato il “quid pro quo”. I democratici al dibattito tv in New Hampshire: settimana nera per la democrazia americana

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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5' di lettura

NEW YORK - Dopo l’assoluzione arrivano le purghe di Donald Trump. Già subito dopo il voto al Senato mercoledì che lo ha scagionato dalle accuse di abuso di potere e di ostruzionismo al Congresso nel processo di impeachment, il presidente americano aveva chiesto al partito repubblicano l’espulsione immediata del senatore Mitt Romney, reo di aver votato - unico repubblicano - a fianco dei democratici nell’accusa di abuso di potere per l’affaire dell’Ucraina. «Trump ha corrotto il presidente di un paese straniero per interferire nelle nostre elezioni», aveva detto subito dopo il voto il senatore Romney per spiegare la sua posizione. Romney è un mormone, ed è candidato senza successo per la nomination con i repubblicani alle presidenziali del 2012. È stato l’inizio.

La cacciata presidenziale
Trump ha silurato il suo ex fedelissimo Gordon Sondland, ambasciatore Usa presso la Ue. Poco dopo aver cacciato Alex Vindman dal Consiglio per la sicurezza nazionale e il fratello gemello Yevgeny Vindman consulente legale alla Casa Bianca. Sondland e Vindman sono stati due testimoni chiave nell'inchiesta della Camera che ha portato all'impeachment del presidente. I due fratelli sono stati scortati fuori dalla Casa Bianca, in pratica cacciati in malo modo.

Il consigliere sull’Ucraina della Casa Bianca
Il tenente colonnello Alexander Vindman è stato rimosso dalla sua posizione di primo consulente militare sull’Ucraina della Casa Bianca. La sua colpa? Aver detto la verità (è un militare). Durante l’inchiesta di impeachement davanti alle Commissioni della Camera ha raccontato i particolari della telefonata del 25 luglio di Trump al presidente ucraino Zelensky nella quale gli chiese di avviare indagini contro i Biden. Il whistleblower a novembre aveva raccontato «che non poteva credere alle parole che stava ascoltando» durante la telefonata al presidente ucraino del leader americano. La vendetta di Trump è arrivata, nonostante l’assoluzione piena. Una decisione più da autocrate di un paese africano che da leader del paese più potente al mondo, indicativa dello stato di salute della democrazia americana.

Le testimonianze dell’ambasciatore
Gordon Sondland, ambasciatore americano presso l’Unione europea ha testimoniato più volte durante l’inchiesta sull’impeachment alla Camera. È quello che ha ammesso che nell’Ucrainagate «c’è stato il quid pro quo», lo scambio di favori tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo scambio di favori si riferisce ai 400 milioni di dollari di aiuti militari Usa a Kiev pensati in chiave di difesa anti-russa approvati dal Congresso, la cui erogazione è stata ritardata dal presidente americano per ottenere l'apertura dell'indagine da parte dell'Ucraina contro i Biden.

Le indagini ucraine sui Biden
Il governo di Kiev qualche settimana dopo la telefonata del 25 luglio tra Trump e Zelensky rivelata dal whistleblower annunciò l'inizio delle indagini su Hunter Biden per il suo ruolo nel board della società energetica ucraina Burisma. Suo padre John Biden quando era vice presidente degli Stati Uniti durante l'amministrazione di Barack Obama ha avuto un ruolo centrale nei negoziati con l'Ucraina, durante la crisi per la guerra con la Russia, e ha concesso al governo di Kiev 1 miliardo di dollari di prestiti agevolati. Hunter Biden grazie al suo cognome è riuscito a lavorare come lobbista, ha lavorato come executive in una banca che è stata tra le principali finanziatrici della campagna del padre, è stato nel board della società ferroviaria Amtrak, senza esserne qualificato, è entrato nel board di una società cinese per lo stesso motivo e dal 2014 siede nel cda della società di gas ucraina.

«Il quid pro quo c’è stato»
La testimonianza dell'ambasciatore Sondland aveva fatto infuriare Trump perché confermava lo stop agli aiuti militari Usa all'Ucraina e le pressioni fatte da Trump per favorire l'apertura delle indagini contro i Biden. «So che i componenti di questa commissione hanno spesso riassunto i complicati argomenti di questa inchiesta nella forma di una semplice domanda. C'è stato un ‘quid pro quo?' Considerando le richieste della Casa Bianca e gli incontri avvenuti alla Casa bianca la mia risposta è sì», aveva detto Sondland.

Nominato da Trump

Prima delle testimonianze al processo di impeachment Trump definiva l'ambasciatore Sonland «un uomo davvero in gamba e un grande americano». Dopo le rivelazioni al Congresso aveva cambiato idea: «Non lo conosco molto bene». Sondland non è un diplomatico di carriera ma di nomina politica. Ed era stato nominato ambasciatore per la sua vicinanza al presidente – negli Stati Uniti spesso le nomine degli ambasciatori sono politiche – perché è stato uno dei grandi finanziatori della campagna elettorale: donò 1 milione di dollari per la cerimonia inaugurale della presidenza.

Ex fedelissimo
Di chiara fede repubblicana, tra i più fedeli supporter del presidente, Sondland nella prima testimonianza a ottobre aveva sostenuto le versione di Trump, seguendo le indicazioni che arrivano dalla Casa Bianca, ma nella seconda testimonianza a porte chiuse e nell'ultima pubblica ha decisamente cambiato la sua versione dei fatti. L'annuncio delle indagini ucraine contro i Biden fu fatto «su espressa indicazione del presidente degli Stati Uniti», aveva raccontato spiegando che all’epoca aveva un filo diretto con il presidente. Gli aveva telefonato alla Casa Bianca dall’Ucraina bypassando i diplomatici Usa a Kiev.

Il dibattito dem in New Hampshire
Ieri sera in New Hampshire si è svolto l’ottavo dibattito elettorale televisivo tra i principali candidati ancora in corsa per la nomination democratica : Joe Biden, Bernie Sanders, Pete Buttigieg, Amy Klobuchar in vista delle primarie dell’11 febbraio. Al termine di una settimana in cui il presidente americano è stato assolto al Senato dalle accuse di impeachment e nell’Iowa il primo voto per le primarie verrà ricordato per la confusione e i ritardi nella diffusione dei risultati. I candidati democratici hanno commentato le purghe di Trump e i risultati del voto sull’impeachment. «È stata una settimana nera per la democrazia americana. I senatori repubblicani invece di servire i cittadini americani servono una sola persona». La senatrice Warren ha parlato di un «regime che si mantiene sulla corruzione».

Standing ovation per i due silurati
Joe Biden ha chiesto alle oltre 400 persone che assistevano al dibattato televisivo di alzarsi in piedi e applaudire Alex Vindman e Gordon Sondland, silurati in meno di 48 ore da Donald Trump perché hanno testimoniato contro di lui durante l'inchiesta di impeachment della Camera. Applausi a più riprese dalla platea anche a Mitt Romney. Il senatore repubblicano, citato dalla senatrice Amy Klobuchar e dal senatore Bernie Sanders, è stato applaudito dal pubblico dem per essere stato l'unico del suo partito a votare per la rimozione di Donald Trump dal suo incarico.

Buttigieg difende Biden
Una giornalista ha chiesto a Pete Buttigieg dell’inchiesta sui Biden. Ma il giovane candidato in ascesa nei sondaggi, che ha vinto con Sanders il primo turno delle primarie dell’Iowa, ha difeso con forza Biden. «Joe e il figlio Hunter sono stati presi di mira da Trump e dai repubblicani. Ma è stato un abuso di potere del presidente. Io e Biden competiamo, ma c'è sempre un limite. Un presidente, un essere umano che cerca di mettere qualcuno contro il proprio figlio, e che cerca di usare un figlio come un arma contro il padre sta facendo una cosa incredibilmente disonorevole, infamante». Molti gli applausi del pubblico, mentre Biden ha fatto un cenno di ringraziamento per le parole del suo rivale.

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