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Dopo l’outplacement un nuovo posto per l’85% dei lavoratori, il 92% tra i manager

di Cristina Casadei


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(monamis - Fotolia)

3' di lettura

C’è un piccolo esercito di qualche migliaio di dirigenti, ma anche quadri, impiegati e operai che ogni anno alimenta il doppio flusso in uscita e in entrata dalle aziende, supportato attraverso l’outplacement. C’è chi avvia la start up o chi si ricolloca su ruoli analoghi, passando spesso da una grande a una piccola azienda. Almeno 8 candidati su 10 nel 2018 hanno ritrovato lavoro in poco più di sei mesi, più di uno su due con lavoro di tipo dipendente. E c’è stata una crescita di 3 punti percentuali per i contratti a tempo indeterminato per tutte le categorie. Un dirigente su quattro ha avviato attività microimprenditoriali. A fare questo bilancio che fotografa l’outplacement è Cetti Galante, amministratore delegato di Intoo, la società di Gi group specializzata nel settore, che individua nei percorsi strutturati e ritagliati sulla persona ciò che sta alla base del tasso di ricollocazione che arriva all’85%, diverso a seconda delle categorie: per i dirigenti arriva al 92%, per i quadri all’85 e per operai e impiegati all’81%. «Il percorso di outplacement va considerato come un percorso di sviluppo della persona che deve partire dall’autoconsapevolezza di sè: quindi chi sono, dove voglio andare, quali sono le mie competenze forti - spiega Galante -. Spesso però i candidati ci approcciano per rivedere il curriculum vitae tout court. Ma non si può rivedere il curriculum se non si ha chiaro il progetto che si ha su di sé e il proprio obiettivo professionale. Non si può più immaginare che il curriculum sia una cronistoria dei ruoli ricoperti in azienda». Una volta definito ilprogetto, gli sforzi maggiori durante il percorso di outplacment sono indirizzati all’employer branding e ai social. «Il curriculum non potrà mai trasferire il cuore, i social danno questa opportunità ma bisogna saperli utilizzare per cogliere le opportunità che offrono», dice Galante.

Fondamentale per tutte le figure professionali è stato il networking, come si può constatare nel 68% dei casi. Nel 2018 Intoo ha supportato in programmi di outplacement complessivamente 2.334 persone, quasi la metà (47%) nella fascia 40- 50 anni e suddivise tra 401 dirigenti, 465 quadri e 1.468 tra impiegati e operai. Si sono ridotti i tempi per raggiungere una nuova occupazione, scesi a 6,3 mesi rispetto ai 6,5 del 2017, mentre rimane stabile la percentuale di successo di oltre l’85% e le Pmi si confermano bacino prevalente di destinazione. «Nel 2018 il mercato del lavoro è stato piuttosto ricettivo verso molte professionalità e la situazione generale abbastanza stabile ha anche favorito l’offerta di condizioni più interessanti di ingresso - dice Galante -. Abbiamo rilevato apertura anche da realtà più grandi e una maggior attenzione da parte delle aziende a lavorare sul fronte della formazione e sviluppo interno per l’upgrade di competenze più in linea con le sfide di business». Ciò che non può più essere trascurato, aggiunge Galante, è «l’attenzione sulla necessità dell’aggiornamento costante delle competenze a tutte le età, come dovere sempre più individuale delle persone».

La ricollocazione come lavoro dipendente è migliorata per i dirigenti, passando dal 53 al 56%, un po’ è diminuita per i quadri (dal 73 al 70%) e gli impiegati e gli operai (dall’82% all’81%). Per tutti sono aumentati i contratti a tempo indeterminato: dal 38 al 41% per i dirigenti, dal 40 al 43% per i quadri, dal 22 al 26% per impiegati e operai. Tra i settori di provenienza la maggior parte dei profili arriva da metalmeccanico, Itc, tlc, farmaceutico e medicale. Gli ambiti di ricollocazione si confermano il metalmeccanico, l’Ict, Tlc, servizi B2B e la consulenza aziendale, riferendosi ad aziende in prevalenza di medie dimensioni. Tra i manager, comunque, oltre uno su quattro si è ricollocato in multinazionali. Tra le modalità di ritorno al lavoro i casi di microimprenditorialità sono l’opzione successiva al lavoro dipendente per tutte le categorie.

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