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Dopo Moncler, prossime prede ambite le «lepri» di gioielli e orologi

L’interesse di Kering per Moncler sembrerebbe una risposta all’operazione di Lvmh con Tiffany, fino a oggi la più importante mai fatta nell’alta gamma

di Giulia Crivelli

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L’interesse di Kering per Moncler sembrerebbe una risposta all’operazione di Lvmh con Tiffany, fino a oggi la più importante mai fatta nell’alta gamma


3' di lettura

Il 2019 si avvia a eguagliare il 2018 per valore globale delle M&A: secondo un’analisi di Bloomberg di pochi giorni fa, siamo già a 26.321 operazioni per un totale di 2,73 trilioni di dollari, contro le 30.225 operazioni dello scorso anno (per 3,07 trilioni). Tra le mosse più importanti c’è quella di Lvmh: il 25 novembre il gruppo francese, fondato e guidato da Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e terzo al mondo dopo Bill Gates e Jeff Bezos, ha annunciato l’acquisizione di Tiffany per 16,2 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro). Lvmh ha aggiunto un primato ai molti che deteneva grazie al suo portafoglio di 75 marchi: sarà leader anche nella gioielleria, potendo già contare su Bulgari, Chaumet e Fred.

L’interesse di Kering per Moncler sembrerebbe una risposta all’operazione Tiffany, a oggi la più importante mai fatta nell’alta gamma. Il gruppo Kering è secondo solo a Lvmh nel settore lusso, ma con un fatturato che vale circa un terzo di quello del rivale di sempre. Nel segmento della gioielleria controlla Pomellato e potrebbe quindi sembrare sensato cercare prede nell’abbigliamento, come Moncler.

Forse non lo è poi tanto: nel lusso i segmenti più promettenti – e dove molti analisti si aspettano un’accelerazione di M&A nel 2020 – sono il beauty e la gioielleria, categoria dove il 70% circa dei prodotti sono unbranded e c’è quindi molto spazio di crescita per marchi e maison.

A differenza dell’orologeria, dove c’è già stata una fase di consolidamento: Lvmh possiede Tag Heuer, Hublot e Zenith e e al segmento contribuiscono anche gli orologi Bulgari. Nell’alta orologeria però il punto di riferimento è Richemont, terzo incomodo svizzero tra i due colossi francesi , che ha in portafoglio maison come Vacheron Constantin, Iwc, Panerai, Jaeger LeCoultre e altre ancora (oltre a Cartier e Van Cleef&Arpels nei gioielli). Ancora più focalizzato sulle lancette il gruppo Swatch, che non ha mai diversificato in abbigliamento e accessori. A differenza di Richemont, che ha tuttora in portafoglio Chloé e controlla Serapian (borse). Nel 2018 ha però venduto Lancel (pelletteria) al gruppo Piquadro e – come dimostra la recente acquisizione di Buccellati – quando decide di fare altro shopping, sceglie l’hard luxury.

Tornando a Moncler, a questo punto della storia dell’azienda, a guadagnare di più da un passaggio del pacchetto di controllo sarebbe Remo Ruffini, azionista di maggioranza. Il marchio sta vivendo un momento magico, ma è difficile prevedere quanto possa durare. Il progetto Genius (collezioni che arrivano nei negozi ogni mese, incuranti delle stagioni) è diventato un caso di studio: Business of Fashion, sito a pagamento, lo ha analizzato a fondo, mettendolo a disposizione for free, contando sull’interesse che Genius ha suscitato tra i manager della moda e pensando forse di capitalizzare più in là i molti accessi extra avuti da quando lo studio è online. I capi Genius sono però più costosi della media Moncler e sul futuro a medio e lungo termine del lusso “deperibile”, come sono abbigliamento e accessori (a differenza di orologi e gioielli) pesa l’incognita Gen Z, non proprio i coetanei di Greta Thunberg, ma comunque consumatori molto giovani, meno interessati dei Millennial a spendere per apparire o a investire in ciò che, per definizione, non può durare. Come i vestiti.

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