ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùproposta di brambilla

Dopo quota 100? «Pensionamenti contributivi agevolati a 64 anni»

La misura innesca una maggiore spesa per 2,5 miliardi l'anno fino al 2028 e 1,9 dal 2028 al 2038, dopo di che l'incremento si azzera. Fondi di solidarietà per le uscite agevolate con i requisiti dell'Ape sociale e ripristino dell'Ape volontario

di Davide Colombo

Cantiere pensioni, allo studio Quota 102: 64 anni di età e 38 di contributi

La misura innesca una maggiore spesa per 2,5 miliardi l'anno fino al 2028 e 1,9 dal 2028 al 2038, dopo di che l'incremento si azzera. Fondi di solidarietà per le uscite agevolate con i requisiti dell'Ape sociale e ripristino dell'Ape volontario


3' di lettura

I tavoli di confronto sulle pensioni, e in particolare sulle soluzioni da ingegnare per il dopo-Quota 100, non sono ancora partiti. Ma tra i policy makers più esperti, prima ancora che la politica definisca quelli che potrebbero essere le decisioni finali, già girano le prime bozze con le misure che potrebbero essere adottate.

Abbiamo chiesto ad Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali e membro del gruppo tecnico attivato al Cnel da Tiziano Treu, quali sono le sue proposte di pensionamento agevolato più sostenibile e quali i costi previsti.

Professor Brambilla per il dopo Quota 100 lei ha proposto un pensionamento agevolato a 64 anni di età, adeguata alla speranza di vita con 37/38 anni di contributi. Quanto costa all'anno e nei primi dieci anni questa nuova flessibilità? L'altro canale di uscita generalizzato che lei sostiene è il blocco a regime dell'anzianità a 42 anni e 10 mesi (uno in meno per le donne) senza più adeguamento alla speranza di vita. Quanto costa e perché l'adeguamento alla speranza di vita lo manterrebbe solo per l'età di vecchiaia?
L'adeguamento alla aspettativa di vita è previsto sia per la vecchiaia (oggi 67 anni) sia per l'anticipata (oggi 64 anni) ma non per l'anzianità contributiva perché, tra meno di 8 anni sarebbe come scrivere che l'anzianità contributiva è abolita.

Nell'ipotesi che la riforma descritta parta dal 2021, considerando i 48,58 miliardi già stanziati dal decreto del 29 gennaio 2019, di cui se ne spenderanno circa 17 per le misure già in corso fino al 31 dicembre di quest'anno, (con un risparmio quindi di oltre 31 miliardi) il costo per le proposte che ho descritto sarebbe pari fino al 2028 (8 anni) a circa 20 miliardi poi, fino al 2036 di circa 1,9 miliardi l'anno, già previsto dal decreto.

In pratica dal 2021 si avrebbe un incremento di spesa di circa 2,5 miliardi l'anno fino al 2028 e 1,9 dal 2028 al 2038, dopo di che l'incremento si azzera. Rispetto a quanto stanziato si risparmierebbero oltre 11 miliardi al 2028 e circa 1 miliardo al 2036. Ovviamente un grande contributo al risparmio lo danno i fondi esubero, il super bonus e il recupero sulle pensioni anticipate prodotto dal metodo contributivo che ogni anno ritorna una parte dell'anticipo.

Al posto della “pensione di garanzia” per le future generazioni contributive lei propone una nuova integrazione al minimo da finanziare con 500 milioni l'anno su un fondo Inps? Come funziona questo fondo, è a ripartizione o a capitalizzazione? E come si finanzia, con i contributi o con la fiscalità generale?
La pensione di garanzia basata sulla promessa che qualunque cosa accada un soggetto avrà ad esempio, 600 euro al mese, oltre che diseducativa è annoverabile tra le decine di misure assistenziali responsabili del lavoro sommerso e dell'evasione fiscale e contributiva.

La nuova integrazione al minimo di 630 euro al mese opera diversamente da quella attuale; in pratica si divide 630 euro per 30 anni e l'integrazione della pensione a calcolo fino ad arrivare a quella cifra la si avrà in trentesimi per ogni anno lavorato; un incentivo a lavorare di più. L'accantonamento, come attualmente, è a carico della fiscalità generale e gestito in un apposito fondo dall'Inps.

Altra sua proposta: utilizzare i fondi di solidarietà ed esubero per le uscite agevolate con i requisiti Ape sociale (una sorta di Quota 97/98 con 35/36 anni di contributi). In questo caso l'anticipo sarebbe totalmente autofinanziato da lavoratori e imprese? Basta a copertura l'aliquota 0,30%? Non si poteva in questo caso mantenere in vita l'Ape volontario? Quanti lavoratori non avrebbero questa possibilità e rimarrebbero a carico dello Stato? L'Ape sociale e Opzione donna verrebbero cancellate?
Come accade già dal 2000 per le banche, le assicurazioni e fino a qualche anno fa per le Poste e le Esattorie, il fondo è alimentato dal contributo dello 0,30 fino allo 0,33%; il fondo ogni anno dev'essere in pareggio per cui se, per esempio, con lo 0,30% si copre il 70% di tutti i costi, il restante 30% è versato dalle aziende che usufruiscono del fondo in proporzione al numero di lavoratori inseriti nel fondo esubero.

L'Ape volontaria va assolutamente ripristinata. L'Ape social resta operativa e a carico della fiscalità generale per tutti i soggetti che non sono più occupati e che versano nelle condizioni previste; si tratta di circa 3, 4 mila persone per i primi 3 anni e al massimo duemila nei successivi; ovviamente sono i casi più complessi.

Per beneficiare di queste provvidenze (sia per i fondi esubero sia per ape sociale) si dovrà essere disponibili a lavori di pubblica utilità con il coinvolgimento degli enti locali.

Per approfondire
Pensioni, da quota 100 agli assegni d'oro: la mappa di aumenti e tagli nel 2020
Perché “importare” pensionati stranieri non risolve i problemi italiani

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti