cinque stelle in difficoltÀ

Dopo la resa sul Tap, il M5S si aggrappa al «no» alla Tav. Lo sfogo della senatrice Fattori

di Manuela Perrone

Manifestazione No Tap a San Foca, bruciate foto politici M5S

3' di lettura

«Adesso sulla Tav non possiamo cedere». Un parlamentare del M5S si lascia sfuggire ciò che pensano tutti. Perché aver ingoiato il rospo del gasdotto Tap («Opera blindata dai governi precedenti, bloccarla ci costerebbe più di 20 miliardi», ha ripetuto anche oggi Luigi Di Maio) costa ai Cinque Stelle un bagno di realtà e il rischio di una frana di consensi in Puglia. Un copione che in Piemonte non può ripetersi. È per questo che nessuno nel Movimento, neanche i più “dialoganti” tra i pragmatici vicini a Di Maio, osa aprire sull'Alta velocità Torino-Lione. «Non s'ha da fare», è l’ordine di scuderia.

I riflettori sono puntati sull'analisi costi-benefici delle grandi opere commissionata dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli a una commissione di 14 esperti esterni: sarà quello il timbro “ufficiale” sullo stop alla Tav, ormai indispensabile a un M5S lacerato. Uno stop largamente preannunciato e anticipato oggi dal voto del Consiglio comunale di Torino che con 23 voti favorevoli e 2 contrari ha approvato un ordine del giorno che esprime contrarietà all’opera. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, Stefano Buffagni, solitamente molto prudente, lo scorso 17 ottobre a Radio Capital aveva sentenziato: «Il rapporto costi-benefici evidenzierà la criticità e l'inutilità di alcune opere, come la Torino-Lione». Più che preveggenza, è politica: i pentastellati non possono permettersi un’altra sconfessione tanto plateale delle promesse elettorali. Né un altro cedimento all’ingombrante alleato leghista, che darà battaglia anche su Gronda, Terzo Valico e Pedemontane in Veneto e in Lombardia.

Sulla Tav, d’altronde, c'è lo scudo del contratto di governo, che recita: «Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell'applicazione dell'accordo tra Italia e Francia». Ci sono anche costi molto diversi di un’eventuale interruzione rispetto al Tap: le penali per tirarsi indietro ammonterebbero a due miliardi. E c’è persino una via d’uscita possibile offerta dai cugini d'Oltralpe, citata oggi in un’intervista a La Stampa dal capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari: per la Lega la Tav è strategica, precisa, ma «aspettiamo anche di capire cosa vogliono fare i francesi, pare stiano valutando di rinviare di cinque anni la conclusione» della linea.

Ma basterà il no alla Tav per riprendere quota nella propria base elettorale? I Cinque Stelle non lo sanno, e le crepe aperte in questi giorni sono importanti. A Di Maio che invita con una metafora guerresca il suo «esercito» a ricompattarsi e a restare uniti come «la testuggine romana», risponde con un’altra metafora («della rana bollita») la senatrice M5S Elena Fattori. Dal suo blog sull’Huffington Post, Fattori elenca le tante decisioni assunte dopo le elezioni in totale contraddizione con le promesse e lo spirito originario del Movimento: dal premier «non eletto dal popolo» ai due condoni, quello fiscale e quello edilizio per Ischia, dai sì a Tap e Ilva al dossier immigrazione. «Se in uno dei tanti comizi e convegni appena qualche mese fa avessi raccontato questo - conclude la senatrice - mi avrebbero preso per folle o per lo meno mi avrebbero rincorso con torce e forconi. Ma si sa, le rane saltano solo se le butti nell’acqua bollente. Se accendi il fuoco nel pentolone e la temperatura sale piano piano...». E a chi su Facebook le chiede di «convincere gli altri delle sue idee» e di non lasciare risponde: «Io non ho nessuna intenzione di andarmene. Se sarò espulsa per eccesso di coerenza farò ricorso».

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