Politica

Doppia preferenza di genere, in 6 regioni ancora non c’è. Il governo: provvedano

Inadempienti rispetto alla legge 20/2016 sono Piemonte, Liguria, Calabria, Valle d’Aosta, Puglia e Friuli Venezia Giulia. Ancora bassa la quota di elette in tutta Italia

di Manuela Perrone

Boldrini: nelle nomine del governo non c'è parità di genere

Inadempienti rispetto alla legge 20/2016 sono Piemonte, Liguria, Calabria, Valle d’Aosta, Puglia e Friuli Venezia Giulia. Ancora bassa la quota di elette in tutta Italia


3' di lettura

Sono sei le regioni italiane che non si sono adeguate alla legge 20/2016 sulla promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive. Sei regioni in cui non si consente l’espressione della seconda preferenza «riservata a un candidato di sesso diverso» oppure non si prevede né la doppia preferenza né le quote di lista. Il Governo ora preme perché si adeguino.

Le sei Regioni inadempienti

Nell’informativa svolta giovedì 25 giugno in Consiglio dei ministri, il titolare degli Affari regionali, Francesco Boccia, ha illustrato i risultati della ricognizione effettuata. Le Regioni che non risultano in linea con la disciplina nazionale sono Piemonte, Liguria, Calabria, Valle d’Aosta, Puglia e Friuli Venezia Giulia. Due di queste - Liguria e Puglia - andranno al voto il 20-21 settembre.

Piemonte e Liguria senza legge

Piemonte e Liguria non si sono dotate di una propria legge elettorale, dunque applicano la normativa nazionale in materia elettorale (108/1968 e 43/1995) che non fissa alcuna misura di garanzia di pari opportunità di accesso alle cariche elettive. Lo squilibrio è evidente: nella Regione guidata da Alberto Cirio le consigliere sono 8 su 51, in quella guidata da Giovanni Toti sono 3 su 31.

Preferenza unica nelle altre

La legge calabrese consente l’espressione di un unico voto di preferenza: unico vincolo è che le liste comprendano, «a pena di inammissibilità, candidati di entrambi i sessi». Anche per la Valle D’Aosta è prevista un’unica preferenza, ma si stabilisce che in ogni lista ogni genere non può essere rappresentato in misura inferiore al 35% (mentre la legge 20/2016 parla del 40%). Preferenza unica anche in Puglia e Friuli Venezia Giulia, dove nelle liste nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Quattro regioni che, secondo l’informativa di Boccia, si pongono in contrasto con l’articolo 4, comma 1, lettera c-bis, punto 1, della legge 165/2004, perché non consentono l’espressione di almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso, pena l’annullamento delle preferenze successive alla prima.

Il pressing delle ministre renziane

Con una nota, il ministro ha quindi invitato il presidente della Conferenza delle regioni, Stefano Bonaccini, a sollecitare le amministrazioni inadempienti. E il passaggio in Consiglio dei ministri ha il sapore di una sorta di ultimatum, sostenuto in particolare dalle ministre renziane Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. «Stante le imminenti consultazioni elettorali - si legge - si ritiene necessario informare il Consiglio dei ministri per ogni ulteriore iniziativa che i ministri competenti o il presidente del Consiglio ritenga di adottare».

I numeri dello squilibrio

Non è una mera questione di aderenza a una legge nazionale. Come da tempo sottolineano le associazioni DonneinQuota e Rete per la parità, la rappresentanza negli organi elettivi delle regioni va riequilibrata. Al momento, in Italia le governatrici sono soltanto due: Donatella Tesei (Umbria) e Jole Santelli (Calabria). Ma la Calabria conta appena tre donne, Santelli compresa, su 31 consiglieri, la Puglia 5 su 51, la Valle D’Aosta 8 su 25 (ma una donna è presidente del Consiglio regionale).

Svetta solo l’Emilia Romagna

Anche dove la doppia preferenza è in vigore siamo lontani dal 50 e 50 (un esempio: alle regionali della primavera 2019 le elette sono state solo 13 su 110, l’11,8%): in Campania, prima Regione a introdurla, le donne sono 10 su 51, nelle Marche 6 su 31, in Toscana 12 su 41. Svetta l’Emilia Romagna con 20 consigliere su 50 e con il Pd che per la prima volta nel 2020 ha eletto più donne, 12, che uomini, 10. Non brillano invece per presenza femminile il Molise (2 su 21) e la Basilicata (2 su 21), l’Abruzzo (5 su 31), la Sardegna (8 su 60) , la Sicilia (13 su 70). Ma proprio nell’Isola, a inizio giugno, è stata approvata una legge che impone almeno un terzo di donne in Giunta.

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