la guerra del 5g

Doppio affondo di Trump contro le attività Usa di Huawei

di Luca Salvioli


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(AFP)

3' di lettura

Il doppio affondo della Casa Bianca nei confronti di Huawei si ripercuote su tutta la filiera mondiale delle tlc, per adesso sulla Borsa e nelle parole degli analisti, nei prossimi mesi si valuteranno gli effetti reali. Dopo mesi di minacce e tensioni, tema la sicurezza nazionale da un lato e i dazi dall’altro, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per vietare alle aziende americane l’acquisto di prodotti da aziende che rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale. In secondo luogo il dipartimento al Commercio ha comunicato l’iscrizione di Huawei e delle sue 70 affiliate nella “entity list”, una sorta di lista nera. Il colosso cinese, dunque, quando il bando sarà operativo per poter comprare componenti tecnologiche di aziende americane avrà bisogno di una via libera da parte del governo americano.

L’effetto va oltre Huawei. L’azienda spende 70 miliardi all’anno in componenti, e di questi 11 vanno ad aziende americane come Qualcomm, e Micron, che ieri hanno perso qualche punto percentuale a Wall Street. Sulla Borse asiatiche hanno invece perso terreno Sunny Optical e AA. Nessun effetto di mercato per Huawei, invece, perché non è quotata.

Al contrario hanno guadagnato la svedese Ericsson, la finlandese Nokia e l’americana Cisco, per le quali un indebolimento di Huawei potrebbe aprire qualche opportunità, ma più per l’effetto cascata che per il mercato americano: sul 5G, ma anche sul 4G, Huawei non è presente negli Usa. «L'impatto negativo sul mercato globale 5G sarà significativo» ha detto a Bloomberg Charlie Dai, analista di Forrester Research con sede a Pechino . Altre aziende «potrebbero colmare in una certa misura il divario, ma l’adozione globale sarà rallentata, il che alla fine rappresenterà un danno per le telco». L’operazione contro Huawei è partita da mesi: gli Usa sostengono che potrebbe essere il cavallo di troia per lo spionaggio del governo cinese. L’azienda ha sempre negato. C’è poi il tema della violazione dell’embargo contro l’Iran, lo stesso che ha portato un bando simile a Zte un anno fa: rientrato in luglio in seguito a un accordo con Washington.

Trump avrebbe voluto portarsi dietro l’Europa nell’operazione, ma non ce l’ha fatta, come confermato dalle dichiarazioni di ieri della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente francese Emmanuel Macron e del premier olandese Mark Rutte: tutti contrari a una chiusura a priori dei propri mercati ai colossi cinesi del 5G. Nemmeno l’Inghilterra ha chiuso le porte, accettando Huawei «con riserva» nella realizzazione del 5G.

Huawei ha risposto dicendo che questo limite «non renderà gli Usa più sicuri o più forti», lasciando in ritardo «il Paese nella distribuzione del 5G», oltre a creare «altre gravi questioni legali». Quanto al governo cinese, secondo il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng, «il concetto di sicurezza nazionale non dovrebbe essere abusato e non dovrebbe essere utilizzato come uno strumento per il protezionismo commerciale».

L’ordine di Trump si rifà all’«International Emergency Economic Powers Act», norma del 1977 in precedenza utilizzata per imporre sanzioni contro Stati canaglia e contro terroristi. Non è immediatamente operativo: ci saranno 120 giorni di tempo per le regole attuative. Dai dettagli si potrà capire l’effettivo danno a Huawei, che dalla posa dei cavi sottomarini per portare internet ai server dipende in larga parte da Qualcomm e altre realtà americane. L’azienda in parte ha anticipato questo scenario: da anni i suoi smartphone hanno processori proprietari Kiring, e non Qualcomm o Intel, e a quanto pare sta sviluppando un sistema operativo internamente. Perché è presto per dirlo, ma potrebbe esserle impedita anche l’adozione del sistema operativo di Google, Android, sui milioni di smartphone che vende in tutto il mondo: è il secondo produttore dopo Samsung e prima di Apple.

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