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Dorothea Lange, una donna contro povertà e ingiustizie

di Nicol Degli Innocenti


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Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936

3' di lettura

Dorothea Lange disse che “la macchina fotografica è uno strumento per imparare a vedere senza la macchina fotografica”. Con le sue foto della Grande Depressione negli Stati Uniti, la fotografa americana ha reso indelebile il ricordo di quella tragedia facendoci vedere la sofferenza sui volti degli uomini e delle donne. Un volto su tutti: “Migrant Mother” del 1936, l'immagine di una donna esausta ma dignitosa circondata dai suoi bambini, che è diventata il simbolo della Depressione e una delle foto più celebri del Novecento.

“Dorothea Lange: Politics of Seeing” è un'ampia retrospettiva alla Barbican Art Gallery, organizzata con l'Oakland Museum of California, che celebra l'opera della grande fotografa americana con 300 opere dal 1919 al 1957.

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La sua carriera era iniziata a San Francisco, dove aveva conquistato una certa fama come fotografa di ritratti, soprattutto delle famiglie in vista della città. La Grande Depressione dei primi anni '30 ha cambiato completamente la vita della Lange e la sua traiettoria artistica. All'inizio ha fotografato le proteste di strada, le masse di disoccupati e le code per il pane.

Poi, avuto l'incarico dal Governo Roosevelt di documentare le condizioni di vita dei contadini, ha iniziato il suo viaggio nelle campagne fotografando le famiglie senza tetto e senza averi, strappate alla loro terra dalle tempeste di sabbia e dalla meccanizzazione dell'agricoltura, in viaggio alla ricerca di una vita migliore. La macchina fotografica è diventata per la Lange un mezzo per denunciare la povertà e l'ingiustizia e sottolineare le condizioni terribili in cui vivevano gli emigranti raccolti in campi profughi in California.

Sono foto dure e dirette ma ricche di compassione e di empatia, sempre fatte con la collaborazione del soggetto. “Non ho mai rubato una foto in vita mia”, ha detto la Lange, che le ha poi distribuite gratis per raggiungere un pubblico il più vasto possibile, e convincere con successo il Governo a intervenire per aiutare i migranti. Le sue immagini, pubblicate su numerose riviste, hanno portato John Steinbeck a scrivere “Furore” nel 1939 e la fotografa e il Premio Nobel hanno poi collaborato in seguito.

La Lange ha poi documentato la prigionia di oltre 100mila cittadini americani di origine giapponese, incarcerati dopo l'attacco di Pearl Harbour, ma le sue foto non sono state pubblicate fino a dopo la fine della guerra. E' poi andata nei cantieri navali della California che durante lo sforzo bellico lavoravano a pieno ritmo, puntando la lente sui cambiamenti sociali causati dalla guerra, come lo sgretolarsi dei pregiudizi razzisti e sessisti in un contesto in cui donne e uomini di ogni razza e colore lavoravano insieme per un obiettivo comune.

Lo spirito di denuncia della Lange non si è affievolito con la fine della guerra: la fotografa ha criticato il sistema giuridico americano, poco giusto verso i poveri, e poi è stata una pioniera del movimento ecologista con la serie di foto “Morte di una valle” negli anni Cinquanta, la distruzione di un villaggio con le sue tradizioni rurali a causa della costruzione di una diga. Quando è morta di tumore nel 1965 il Museum of Modern Art di New York stava organizzando la prima retrospettiva mai dedicata a una fotografa donna.

Oggi le fotografe donne sono tante, ma l'opera della Lange riesce a essere eterna e classica e molto attuale al tempo stesso. In questo periodo di chiusura dei confini e di migranti visti solo come un problema da evitare o respingere, sottolinea Jane Alison, head of visual arts del Barbican, “le questioni che ha sollevato la Lange con il suo lavoro hanno una grande risonanza nella società di oggi.”

Dorothea Lange: The Politics of Seeing
Fino al 2 settembre 2018
Barbican Art Gallery

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