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Dottor Feierabend, che pinacoteca!

di Ada Masoero

Ha conferito la sua raccolta d’arte alla Fondazione VAF (Volker Aurora Feierabend)

4' di lettura

Tedesco, di Francoforte, ma basato da oltre cinquant’anni a Milano per ragioni familiari (la moglie Aurora è italiana) e professionali (qui ha sede la sua florida attività imprenditoriale), sin dagli anni 70 Volker W. Feierabend ha iniziato a formare una magnifica raccolta di arte italiana del Novecento, poi conferita alla Fondazione VAF (Volker Aurora Feierabend), di cui ha appena pubblicato, da Manfredi Edizioni, il primo volume del nuovo catalogo ragionato. I volumi saranno tre: questo è dedicato alla Collezione primonovecento (350 opere tra il 1900 e il 1945, le cui eccellenze sono esposte al Mart, a Rovereto) ed è diviso in due robusti tomi perché, ci spiega, «tutte le opere per me sono “figlie” e volevo poterle pubblicare a tutta pagina, indipendentemente dalla fama dell’autore, per dar loro l’identica dignità». Le schede con la bibliografia (che per alcune occupa cinque-sei pagine) sono nel secondo tomo. In lavorazione il secondo volume, dal 1946 al 1975, che sarà molto più corposo, trattandosi di quasi 800 lavori: dovrebbe uscire nel 2022, mentre il terzo, dal 1976 a oggi, è previsto per il 2025. Riservatissimo (di sé dice soltanto: «dagli anni 70 è iniziata per me una nuova vita di collezionista, poi conoscitore, mediatore, e fondatore, nel 2000, di VAF Stiftung»), Feierabend è un nome quasi sconosciuto ai non addetti ai lavori ma non lo è di certo fra i collezionisti, che ben conoscono il suo occhio, e fra i galleristi, che ormai si rivolgono a lui prima d’ogni altro

quando trovano opere di valore del ’900.

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Non è stato sempre così: «appena sposati - ricorda - decidemmo di arredare il nostro appartamento milanese con mobili antichi e con dipinti dal ’600 all’800, tutti corredati di perizie autorevoli. Ne eravamo molto fieri ma una sera invitammo un amico, docente all’Accademia di Brera, che li esaminò tutti e che, con qualche imbarazzo, sentenziò: “sono tutte croste”. Eravamo feriti nell’orgoglio, ma non ci demmo per vinti». Subito dopo («ma solo dopo aver selezionato dei fornitori affidabili») puntò sui maestri delle avanguardie storiche, Ernst, Miró, Chagall, Kandinskij. Ma presto gli fu chiaro che occorresse circoscrivere un ambito: «scelsi l’arte italiana del primo ’900», cui si sarebbe aggiunta quella successiva, fino alla contemporaneità.

E quei maestri? «venduti, permutati: il Miró, per esempio, l’ho scambiato con Composizione TA, un dipinto metafisico di Carrà del 1916-18. Klaus Wolbert, l’ex direttore dell’Institut Mathildenhöhe di Darmstadt, che ha presieduto VAF Stiftung dal 2000 fino alla sua morte, l’anno scorso, mi diceva che sono un Casanova: desidero intensamente un’opera, faccio di tutto per averla poi, una volta conquistata, me ne dimentico e vado in cerca di un nuovo amore». Lo fa con il supporto di studiosi di valore, di una biblioteca via via più ricca, di un gusto sempre più affilato e di galleristi fidati, che manda alle aste in vece sua, con un rigido tetto di spesa. Tanto che alla celebre asta Winston Malbin di opere futuriste, da Sotheby’s a New York nel 1990, dove i prezzi s’impennarono subito, dovette “accontentarsi” del solo (meraviglioso) dipinto Profumo, 1909-1910, di Russolo.

A imbrigliare i suoi innamoramenti sono sempre state, da imprenditore di successo qual è, delle considerazioni di ordine pratico, come l’analisi dei costi, della qualità artistica e del valore storico dell’opera, e la giusta collocazione all’interno della collezione. Con una sola eccezione: «un gallerista amico mi chiamò e mi disse di avere “un bel lavoro” per me. Andai da lui e vidi Le figlie di Loth di Carrà: ne fui folgorato. Ma accanto c’era un meraviglioso Casorati (Beethoven, 1928), offerto allo stesso prezzo. Non sapevo decidermi: m’indebitai e li acquistai entrambi. Poi per nove mesi dormii con qualche preoccupazione. Credo però che le opere portino in sé una sorta di predestinazione: volevo un Severini futurista, Synthèse plastique de l’idée Guerre, 1914-15, che andava in asta da Sotheby’s. Fu però ritirato dall’asta e seppi poi che l’aveva acquistato privatamente Gianni Agnelli. Stizzito, chiesi al gallerista che avrebbe dovuto acquisirlo per me di cercarmi qualcosa di simile. Tre giorni dopo, mi chiamò, perché aveva trovato Cannoni in azione, 1915, che tra l’altro mi piace molto di più. In seguito però scambiai questo dipinto, insieme a un piccolo Boccioni, con La matinée angoissante di de Chirico, del 1912. Ne soffrii molto ma ecco che, pochi anni dopo, Paolo Baldacci mi ripropose quel Severini in cambio di un nutrito gruppo di opere di autori successivi. E oggi, con il de Chirico metafisico, quello è uno dei gioielli della mia collezione».

Un consiglio per gli aspiranti collezionisti? Non piegarsi al mainstream, che vede curatori e galleristi proporre sempre gli stessi nomi ma cercarne altri (il che consente anche acquisti vantaggiosi), purché di qualità. Lui, per esempio, ha acquisito di recente 21 lavori di Siro Penagini, autore di valore e di buona fama negli anni 20 e 30, poi dimenticato. Li presenterà in Italia e in Germania (promuovere l’arte italiana nel mondo e pubblicare importanti libri di studio sono le missioni di VAF), mentre per la copertina di un libro in uscita da Allemandi, che Elena Pontiggia sta scrivendo sugli artisti che fiancheggiarono il Novecento italiano pur senza aderirvi, figurerà una Natura morta del 1928 di Amerigo Canegrati. Canegrati? «Sì, perché anche questi artisti meno noti possono fare dei capolavori. Basta saperli riconoscere».

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