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«Dove il mercato ha fallito la via pubblica non è una eresia»

<span class="bold-nellocchiello">L’ex ministro ora a Morgan Stanley</span>

di Alessandro Graziani


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(Imagoeconomica)

3' di lettura

«Che anno sarà il 2020 per mercati ed economia? Un anno di transizione, ma è difficile dire verso dove. Negli Usa esiste un rischio di rallentamento, ma non è detto che ciò avvenga già nel 2020 prima delle elezioni presidenziali. L’Europa non va male, l’Italia neanche. Il grande malato d’Europa rischia di essere non l’Italia ma la Germania, basta guardare l’andamento di produzione industriale, settore auto e banche. È un dato di fatto che in questa fase l’Italia non è nel radar degli investitori. Diciamo che nel complesso, vedo un 2020 grigio-rosa».

Domenico Siniscalco, economista, torinese, 65 anni, è da anni country head per l’Italia della banca d’affari americana Morgan Stanley dopo essere stato direttore generale del Tesoro e ministro dell’Economia. Gli abbiamo chiesto per Il Sole 24 Ore come sarà il 2020 per l’economia dal suo osservatorio di banchiere e di ex civil servant ma anche di economista di cultura liberale. A sorpresa, quando gli chiediamo una valutazione sugli interventi dello Stato italiano in arrivo nei tanti casi di emergenze, a partire dall’Ilva, risponde così: «Non ritengo che, dove il mercato ha fallito, l’intervento pubblico debba considerarsi necessariamente un’eresia. Il ciclo politico iperliberale è finito, il Paese ha bisogno di soluzioni e l’intervento dello Stato, valutando caso per caso, non può essere considerato il male se porta a soluzioni nell’interesse di tutti».

Professor Siniscalco, sarà mica diventato sovranista pure lei?

No, ma ammetto che quando facevo il ministro vivevo in un mondo di dogmi. Diciamo che oggi sono più pragmatico. L’Italia ha il secondo risparmio privato al mondo in rapporto al Pil, ma questi soldi non vanno a finanziare gli investimenti attraverso un mercato dei capitali evoluto. In attesa che ciò accada, un ruolo di supplenza dello Stato in alcune aziende strategiche non mi scandalizza».

Serve una politica favore delle imprese del Sud?

Credo che a livello di imprese il Paese sia spaccato in due. Il vero divario non è tanto tra Nord e Sud ma tra le imprese che sono più avanti nell’innovazione e le tante che sono rimaste indietro. Non possiamo lasciare che tutte queste chiudano.

Ma l’Italia può permettersi interventi dello Stato con il debito pubblico che ha accumulato? Il 2019 si chiude con lo spread superiore addirittura a quello della Grecia...

Chi ha a che fare con gli investitori istituzionali globali, sa che in questa fase l’Italia non è nei loro radar. Il problema principale del Paese non è il debito pubblico ma la crescita: è verso la crescita che dobbiamo indirizzare le nostre energie, valorizzando uno spirito positivo ancora molto diffuso nel Paese.

Il 2020 inizia con Christine Lagarde al posto di Mario Draghi al vertice di Bce. Proseguirà la politica dei tassi zero o negativi?

Credo che Lagarde seguirà la politica di Draghi, ma non sono convinto che possa durare all’infinito. Né che abbia grandi effetti di stimolo all’economia. A mio avviso, per rilanciare la crescita è arrivato il momento di passare a politiche fiscali oltre che monetarie.

Quali sono i fattori di rischio che vede per le economie globali nel 2020?

Vi sono alcuni focolai di crisi nei mercati emergenti ma non credo si trasformeranno in incendio. La vera incognita è la guerra dei dazi tra Usa e Cina. Se questi due giganti dell’economia si mettono d’accordo, e prima accade meglio è, l’Europa potrebbe averne grandi benefici. Nella Ue una svolta potrebbe originare dalla Commissione che si è appena insediata se saprà promuovere e favorire l’innovazione, che è il vero traino della crescita.

Da anni si parla di creare campioni europei dell’industria e delle banche ma, tranne alcune operazioni come Essilor-Luxottica e ora Fca-Psa, sia la Ue che la Bce sono sembrate più un freno che uno stimolo alle aggregazioni. Il 2020 può essere un anno di svolta?

Soprattutto a livello bancario la regolamentazione europea è stata vento in prua per le banche, mentre negli Usa è stata vento in poppa. Vedremo se con la nuova guida alla Vigilanza Bce si creerà un contesto favorevole alla creazione di banche più forti, di cui l’Europa ha evidente bisogno.

E le banche italiane?

Tolti i due campioni, tutte le altre medie e piccole dovranno probabilmente aggregarsi per rafforzarsi soprattutto fino a quando il sistema finanziario resterà bancocentrico.

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