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Draghi: la Bce resta espansiva, preoccupano i dazi e la svolta protezionista

di Riccardo Sorrentino

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4' di lettura

Due mondi differenti. La tavola rotonda che si è tenuta nell’ambito del Forum di Sintra tra Mario Draghi, il presidente della Bce e Jerome Powell, presidente della Fed hamostrato quanto siano diversi i problemi che le rispettive politiche monetarie devono affrontare: l’inflazione ancora bassa, in Eurolandia, il rischio - lontano e non tale da alterare il ritmo comunque graduale della stretta - che la dinamica dei prezzi acceleri improvvisamente negli Stati Uniti.

Bce espansiva ancora a lungo
Mario Draghi ha continuato a sostenere la necessità di un orientamento molto espansivo per un lungo periodo di tempo. Ha voluto evitare così di essere frainteso, come è avvenuto negli anni scorsi e proprio a Sintra. Ha però sottolineato alcuni fattori strutturali che tengono bassa l’inflazione, come la ricerca di «stabilità» da parte dei lavoratori, che prevale rispetto alla ricerca di maggiori retribuzioni.

La questione, in Eurolandia, resta allora sempre la stessa: quanta parte dell’aumento dei salari nominali a cui si assiste, accompagnati da una più moderata crescita della produttività, e quanta parte degli «incoraggianti segnali» di pricing power da parte delle imprese si potranno tradurre in maggiore inflazione?

L’obiettivo del 2% alla portata di Eurolandia
La Bce, ha detto Draghi, resta fiduciosa sul fatto che i prezzi convergeranno verso l’obiettivo: l’elevato utilizzo della capacità produttiva, i salari in crescita, l’orientamento espansivo della politica monetaria (c he, ha detto Draghi, è incorporato nelle proiezioni della Bce, e la scomparsa dei rischi “di coda” – i “tail risks” – di deflazione, lasciano pensare che l’inflazione salirà nel tempo all’obiettivo del due per cento.

Nessun rischio di recessione
C’è il rischio di un surriscaldamento improvviso? La Bce lo esclude ma è pronta ad agire: «Abbiamo molti strumenti per poter invertire» l’orientamento della politica monetaria, ha detto Draghi. Allo stesso modo, il presidente ha voluto rispondere a chi teme una recessione nel futuro. «Non vediamo una recessione, ci sono segnali di una crescita più bassa, ma nulla che assomigli a una recessione». Draghi ha colto l’occasione per auspicare di nuovo il completamento dell’Unione monetaria, in modo da renderla più resiliente e ha giudicato «positive» le proposte di Emmanuel Macron e Angela Merkel, le prime - ha notato - che vengono dai governi nazionali.

Mercato del lavoro Usa non troppo rigido...
Il rischio di un possibile - e per ora poco probabile - surriscaldamento dell’economia deve essere preso in considerazione, invece, dagli Stati Uniti. La disoccupazione al 3,8%, ai livelli di 50 anni fa, crea un ambiente - ha detto Powell - poco conosciuto, nel quale alcuni aspetti (la curva di Phillips piatta) danno una certa tranquillità anche se non si possono escludere - ha aggiunto - effetti “non lineari” e quindi improvvise accelerazioni. Alcuni segnali, come la moderata crescita dei salari, e la possibilità che aumenti la partecipazione al lavoro, soprattutto per alcuni gruppi etnici, porta però la Fed a concludere che il mercato del lavoro non è troppo rigido, al momento.

...ma le aspettative vanno controllate
Fondamentale, in ogni caso, appare essere il controllo delle aspettative di inflazione. «Dobbiamo ricordarci che quando le aspettative di inflazione sono ben ancorate, è perché le banche centrali hanno tenuto l’inflazione sotto controllo», ha detto Powell: «Se invece le banche centrali tentano di utilizzare la mancata risposta dell’inflazione alla bassa disoccupazione per spingere il livello di utilizzo delle risorse in modo significativamente e persistentemente al di là dei livelli sostenibili, il pubblico potrebbe iniziare a mettere in dubbio il nostro impegno per una bassa inflazione e le aspettative potrebbero subire pressioni al rialzo». La stretta trova qui una ragione importante per continuare.

Nessun motivo per cambiare obiettivo
Sui fattori strutturali che tengono bassa l’inflazione si è dilungato Philip Lowe, della Reserve Bank of Australia che, con Haruhito Kuroda, della Nippon Ginko, ha partecipato alla tavola rotonda. Ha citato soprattutto le mutate relazioni industriali - e anche Draghi ha indicato l’indebolimento dei sindacati come una ragione per il mancato aumento degli stipendi nel passato - e una diversa percezione della concorrenza che impedisce alle aziende di aumentare i salari anche quando non riescono ad assumere lavoratori con le desiderate competenze. Tutto questo, però, non può tradursi, ha poi commentato Draghi, in un abbassamento dell’obiettivo di inflazione: «È un’autolimitazione dello spazio di politica monetaria a disposizione, senza chiari vantaggi».

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Nessuna ragione di ottimismo sul protezionismo
Il tema del protezionismo ha aleggiato su tutto l’incontro: «Non c’è alcuna ragione di essere ottimisti», ha detto Draghi, che ha sottolineato i possibili effetti sulla fiducia e quindi sul livello degli investimenti. E qualche caso di rinvio delle spese per investimenti è stato notato - ha ammesso Powell - anche negli Stati Uniti. «C’è un desiderio per le azioni unilaterali, non solo nel campo economico - ha aggiunto Draghi - che mina i nostri sistemi di relazioni multilaterali. È un fatto preoccupante - ha aggiuno - che non ha alcun lato positivo».

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