il governo draghi

Draghi e i giovani: le sfide da cogliere su famiglia, scuola, lavoro

L’assegno unico universale per i figli under 21, l’indebolimento dell’istruzione scolastica acuito dalla pandemia, l’assegno di ricollocazione per i disoccupati e i percettori di Cig: ecco alcuni dei fronti aperti per ridurre lo svantaggio dei giovani italiani rispetto ai coetanei del resto d’Europa

di Eugenio Bruno, Michela Finizio e Valentina Melis

default onloading pic
(Krakenimages.com - stock.adobe.com)

5' di lettura

In Italia il costo di un figlio da zero a 18 anni per un reddito medio è di 171mila euro, ha recentemente ricordato la Fondazione Forum Famiglie, che ha lanciato la campagna nazionale #1euroafamiglia per aiutare migliaia di nuclei messi in ginocchio dalle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19. Tra i giovani prevale l’esercito di persone con contratti a tempo, lavoratori autonomi o disoccupati. Gli sgravi fiscali non bastano e la politica risponde con lentezza.

Il risultato, ha ricordato il premier Mario Draghi nel suo discorso al Senato, è che «tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani», fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza.

Loading...

La riforma (interrotta): contributo per figli under 21 da luglio

Proprio per riordinare, in modo strutturale, gli aiuti alle famiglie è nata la riforma dell’assegno unico universale, fortemente voluta dal governo giallorosso e già finanziata con 3 miliardi per il 2021 (e circa 6 miliardi a regime), che prevede l’introduzione di un contributo mensile per ciascun figlio under 21 a partire da luglio. Il nuovo assegno dovrebbe sostituire le tante misure esistenti, dalle detrazioni per i figli a carico agli assegni al nucleo familiare, fino al bonus bebè. L’eredità lasciata dall’esecutivo precedente va però finalizzata: lo schema prevedeva l’approvazione in primavera della delega fiscale e i decreti attuativi subito dopo, entro l’estate, proseguendo in parallelo la riforma della nuova Irpef. Un “pacchetto” da proporre a regime da gennaio 2022.

Il rischio di ripensamenti

Il percorso interrotto dalla crisi di governo dovrà essere ripreso. Tra i nodi fondamentali da affrontare c’è la necessità di trovare ulteriori risorse, per evitare che con il passaggio all’assegno unico alcune famiglie rischino di rimetterci e per garantire un contributo che parta davvero da 200 euro, cui aggiungere una quota variabile in base all’Isee.

L’assenza di espliciti riferimenti nel discorso di insediamento di Draghi ha fatto pensare al rischio di ripensamenti. Il Ddl è fermo da mesi al Senato in attesa del via libera, dopo l’ok unanime della Camera arrivato già l’estate scorsa. La commissione Lavoro di Palazzo Madama dovrebbe solo passare al voto degli emendamenti, ma il processo è in stand-by da mesi ed è stato “congelato” dalla crisi. Gli uffici del ministero della Famiglia stavano già lavorando ai decreti attuativi e hanno continuato fino alle dimissioni di Elena Bonetti, oggi riconfermata. Potrebbero, quindi, vedere la luce in fretta una volta incassato l’ok alla delega.

FAMIGLIA
Loading...

L’orientamento scolastico è il grande assente

La fuga non è mai una soluzione. Specie dai banchi o dalle aule. E i grafici qui sotto ne sono la rappresentazione plastica. A cominciare da quel 13,5% di dispersione scolastica: 3 punti sotto la media Ue che ci valgono il quintultimo posto generale. Se aggiungiamo la seconda piazza per abbandoni universitari e la penultima posizione per numero di laureati capiamo forse meglio quel 23,4% di giovani che non studiano né lavorano e che al Mezzogiorno sono ormai un terzo dell’intera popolazione di 15-29 anni.

Un’emorragia di energia, di talento, di opportunità che aspetta da anni una risposta. E che rischia di essersi perfino allargata durante la pandemia, vista la fatica con cui gli studenti di ogni ordine e grado sono dovuti passare, quasi dalla sera alla mattina, dalla didattica in presenza alle lezioni online. Complice il nostro storico digital divide - confermato dallo stesso premier Mario Draghi quando nel discorso programmatico di mercoledì 17 febbraio ha parlato di 1 milione di alunni delle superiori in grado di seguire in Dad su 1,6 milioni totali - molti altri ragazzi e ragazze si sono persi per strada dal marzo 2020 a oggi. E chi ha proseguito gli studi si trova comunque a dover fronteggiare un calo degli appredimenti che i primi studi internazionali già calcolano intorno al 30-50% per matematica e lingue.

È con questo scenario che i due neoministri dell’Istruzione e dell’Università, Patrizio Bianchi e Cristina Messa, devono fare i conti nel pianificare l’uscita dall’emergenza. Magari lavorando in sinergia perché è nei passaggi da un gradino all’altro della scala formativa che si verificano le fughe più numerose. E mettendo al centro realmente il tema dell’orientamento degli studenti. 

I dati sulla scelta formativa

Come dimostrano i numeri recenti sulle iscrizioni in prima superiore, con quasi 6 alunni su 10 che scelgono i licei e trascurano gli istituti tecnici e professionali, e quelli sulle lauree Stem, con 3 universitari su 4 che optano per altre discipline, la decisione sul “che cosa fare da grande” è spesso svincolata dal ritorno occupazionale di questo o quel titolo. Il governo precedente si era ripromesso di rafforzare le politiche per orientare i ragazzi e le famiglie ma poi la crisi sanitaria ha preso il sopravvento e le risorse sono state convogliate sulla distribuzione di tablet e Pc, sull’adeguamento (dove ci si è riusciti) di spazi e arredi e sull’assunzione di docenti aggiuntivi (e temporanei). Chissà che non sia arrivato il momento di farlo davvero.

ISTRUZIONE
Loading...

La dote di ricollocazione è al palo

All’assegno di ricollocazione, la dote da 250 a 5mila euro, che i disoccupati e i percettori di Cig per cessazione di attività dell’azienda potranno spendere nei centri per l’impiego e nelle agenzie private per il lavoro, per farsi aiutare a cercare una nuova occupazione, la manovra di Bilancio 2021 ha destinato 267 milioni di euro. Se si confronta questa cifra con i 19 miliardi spesi da marzo a dicembre 2020 per finanziare la cassa integrazione Covid, si ha un’idea dello squilibrio tra l’investimento nelle politiche attive e quello (anch’esso necessario), nelle politiche passive per il lavoro.

Con il tasso di disoccupazione giovanile in crescita e che raggiunge il 35,3% al Sud, il presidente del Consiglio Mario Draghi non a caso ha sottolineato, nel suo discorso al Senato, che per imprimere un’accelerazione alle politiche attive «è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di ricollocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati». Ha poi citato anche la necessità di «rafforzare le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le Regioni».

Il legame “flop” con il Reddito di cittadinanza

L’assegno di ricollocazione rilanciato dalla legge di Bilancio, dal 2019 era stato sospeso per i percettori di Naspi e riservato ai beneficiari del reddito di cittadinanza. Ebbene, da marzo a novembre 2020, secondo Anpal, risultavano attivati appena 430 assegni di ricollocazione relativi a Rdc. C’è stato il lockdown, certo, ma con l’assegno di ricollocazione sperimentato dal 2017 al 2019 non era andata molto meglio: essendo l’adesione su base volontaria, l’assegno è stato chiesto da 2.778 percettori di Naspi su 28.122 ai quali era stato proposto. Con una minima differenza, a livello di inserimento occupazionale a distanza di un anno, tra chi lo ha percepito (lavorava il 29,2%) e chi no (lavorava il 25,9%).

LAVORO
Loading...

Incentivi alle aziende

L’altra carta alla quale si è affidata la legge di Bilancio per sostenere l’occupazione sono gli incentivi contributivi alle aziende, per assumere donne, “giovani” under 36 e lavoratori al Sud. Per diventare operative, queste agevolazioni richiedono ancora l’autorizzazione della Commissione europea. E, comunque, mantengono i requisiti d’accesso stringenti del passato: con il bonus under 36, ad esempio, si può assumere solo chi non ha mai avuto un contratto a tempo indeterminato, e l’azienda che licenzia un lavoratore per motivi economici nella stessa unità produttiva, nei 6 mesi precedenti o nei 9 mesi successivi all’assunzione agevolata, lo perde.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti