Interventi

Draghi ha ragione: più sviluppo per formazione e lavoro in italia

di Alessandro Rosina

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(IMAGOECONOMICA)


4' di lettura

Il futuro non può essere rubato: prima o poi arriva. Ciò che fa la differenza è la qualità del futuro, che dipende dalle scelte, individuali e collettive, che facciamo oggi. Nell’intervento alla giornata inaugurale del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Mario Draghi ha messo efficacemente in evidenza come la «ricostruzione delle economie europee» dopo l’impatto della pandemia possa essere colta come «occasione per disegnare un futuro comune».

L’Europa ha deciso di lasciar da parte la linea della austerity e di scommettere sulla possibilità di aprire una nuova stagione di sviluppo. Sta ora ad ogni Paese membro mettere responsabilità nelle scelte da fare. Una responsabilità prima di tutto nei confronti delle generazioni future. Anche questa è un’attenzione nuova rispetto alla crisi del 2008-13, dalla quale le nuove generazioni sono uscite con percorsi formativi e professionali più fragili, come risulta anche dalle analisi dell’ultimo “Rapporto giovani” dell’Istituto Toniolo.

Non si tratta solo di solidarietà. Questa nuova strategia, se ben interpretata, va a favore anche dell’Europa stessa che ha forte convenienza che un grande Paese come l’Italia torni a crescere, diventi meno instabile, possa tener sotto controllo il debito pubblico, non allarghi ulteriormente gli squilibri demografici.

La responsabilità richiamata deve però unirsi alla consapevolezza che le vere risorse per la crescita e il benessere di un Paese sono le persone. Quello che alla fine conterà non è quanti soldi riusciremo a spendere, accontentando l’accontentabile, ma quanto avremo migliorato la condizione delle persone, legando due elementi cruciali: la capacità di essere progettuali e operare scelte, con la capacità di essere attivi e produttivi nel mondo del lavoro. L’Italia è una delle economie mature avanzate in cui maggiormente le scelte risultano bloccate. Deboli sono le scelte formative, frenata è la scelta di uscita dalla famiglia di origine, rinviata continuamente quella di formare una propria famiglia e avere figli. Ma grande disorientamento regna anche su come muoversi all’interno del mercato del lavoro, sia sul lato della domanda che dell’offerta, con conseguente disallineamento che produce costi per tutti. Per poi arrivare alle scelte sospese sugli investimenti da parte delle aziende e su come utilizzare il risparmio privato da parte delle famiglie. Queste decisioni inceppate frenano sia il benessere personale che la partecipazione alla produzione di valore sociale ed economico.

Il secondo aspetto che ha bisogno di un forte salto di qualità è la possibilità dei cittadini di essere attivamente inclusi e valorizzati al meglio delle proprie capacità all’interno del sistema produttivo. Le aziende italiane hanno bisogno di crescere e diventare ancor più competitive nello scenario internazionale. Anche quando si dice che è indispensabile rendere più moderna ed efficiente la dotazione infrastrutturale del Paese, compresa la banda ultra larga, l’obiettivo non è favorire chi si occuperà direttamente di tali opere ma mettere tutti nelle condizioni di lavorare (ma anche comunicare, acquistare, spostarsi) meglio, riducendo le distanze territoriali e sociali.

Se le risorse non sono più un alibi, diventa però ora cruciale avere idee chiare e condivise su cosa serva davvero al Paese. Un segnale incoraggiante arriva dall’approvazione ottenuta all’unanimità alla Camera sulla proposta di legge relativa all’assegno unico universale. Dimostra che alcune misure a lungo attese e utili al Paese possono trovare sostegno condiviso, indipendentemente da chi le presenta. Il provvedimento deve ancora passare al Senato, deve trovare la sua coerente collocazione all’interno del pacchetto del Family Act, deve essere adeguatamente finanziato, ma non c’è dubbio che le condizioni siano ora diventate favorevoli per un effettivo cambio di passo sulle politiche familiari.

Oltre a dare risposta all’indebolimento quantitativo della base demografica del Paese, è poi cruciale il potenziamento qualitativo delle giovani generazioni. Anche su questo versante vanno segnalati elementi che, quantomeno, vanno a disporsi nella direzione auspicata. Il primo è il fatto di associare il Recovery Fund al programma Next Generation Eu. In Francia Macron ha già dichiarato che le prime misure riguarderanno il rafforzamento della condizione attiva dei giovani, con specifica attenzione a favorire l’entrata nel mondo del lavoro, mettendo a pieno frutto le nuove competenze. Altri Paesi si stanno muovendo nella stessa direzione.

L’Italia è tra gli stati membri che meno hanno realizzato finora politiche efficaci per rafforzare i percorsi formativi e professionali. I dati Istat del report “Livelli di istruzione e ritorni occupazionali – anno 2019” - confermano la nostra posizione agli ultimi posti Ue rispetto sia ai titoli di studio raggiunti sia alla valorizzazione del capitale umano specifico dei giovani. Inoltre si afferma che «la bassa quota di giovani con un titolo terziario risente anche della molto limitata disponibilità di corsi terziari di ciclo breve professionalizzanti, in Italia erogati dagli Istituti Tecnici Superiori. Una carenza che pesa poi sulle competenze spendibili nel mondo del lavoro».

Stanchi di questi dati sconfortanti e consapevoli delle scelte importanti che il Paese deve ora fare, un ampio gruppo di realtà giovanili si è costituito in una rete e ha steso un documento aperto, condiviso sul portale Futura network, su come si vorrebbe veder realizzato in Italia il programma Next Generation Eu. Ci si è a lungo chiesti perché i giovani stessi non si mobilitano chiedendo dal basso di correggere scelte nella direzione sbagliata o di potenziare scelte timide o rimaste incomplete nella direzione giusta. Ora anche questo non è più vero.

Che ci sia un riconoscimento dell’importanza di un cambio di passo, anche da parte della politica, è mostrato dal recente manifesto lanciato dal presidente del Partito democratico, Nicola Zingaretti, con dieci azioni per «mettere al centro i diritti e le potenzialità delle ragazze e dei ragazzi di oggi su cui aprire un dibattito nel Paese».

Ma se davvero la consapevolezza c’è, va ora unita, per tornare a Draghi, con la dote del coraggio. È tempo allora, senza più alibi e indugi, di un “whatever it takes” italiano che porti gli indicatori della transizione scuola-lavoro sopra la media europea e riallinei, finalmente, lo sviluppo del Paese al miglior livello che il capitale umano delle nuove generazioni è in grado di esprimere.

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