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Draghi, dal Mit di Boston alla Bce fino alla panchina. Ma per quanto?

Manca un mese all'uscita di Draghi dalla presidenza della Bce e, in attesa di passare il testimone a Christine Lagarde, non si può certo dire che l'attuale inquilino dell'Eurotower se ne stia con le mani in mano anche agli sgoccioli del suo mandato

di Giancarlo Mazzuca

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2' di lettura

Manca un mese all'uscita di Draghi dalla presidenza della Bce e, in attesa di passare il testimone a Christine Lagarde, non si può certo dire che l'attuale inquilino dell'Eurotower se ne stia con le mani in mano anche agli sgoccioli del suo mandato. Non è un caso che, nei giorni scorsi, in segno di protesta contro l'ultima mossa di “Supermario”, si sia dimessa la regina dei falchi tedeschi, Sabine Lautenschlager, membro del comitato esecutivo.

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Non aveva digerito il fatto che “drago” avesse fatto partire un secondo “Quantitative easing” per cercare di dare una scossa alle economie febbricitanti dell'Eurozona. E non poteva essere diversamente: il “numero uno” della Banca centrale europea è un tipo che non molla mai la presa. Ricordo, al riguardo, quando, diversi anni fa, ebbi la fortuna di intervistare a Milano il grande Franco Modigliani che fu il suo maestro a Boston. Al momento di congedarmi, chiesi informalmente al premio Nobel per l'economia italo-americano se Draghi fosse stato davvero il suo allievo prediletto e lui non ebbe dubbi: “Supermario” era un vero mago della finanza, uno sempre in prima linea.

Ora molti giornalisti si chiedono cosa farà dopo aver lasciato Francoforte. Secondo qualcuno si prenderà un anno sabbatico (o magari anche più), tra Roma e Città di Castello dove abita, in attesa di qualche altro prestigiosissimo incarico. Anche io ho avuto modo di scrivere che Draghi sarebbe il candidato ideale per salire, nel 2022, al Quirinale come presidente della Repubblica (ma il premier Conte non ha escluso un Mattarella-bis). Sarà così? Riflettendoci meglio, non penso proprio che possa restare alla finestra così tanto a lungo. Basta rileggere il suo prestigiosissimo curriculum per rendersi conto come tutta la sua carriera sia stata frenetica e senza un attimo di pausa.

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Pensate un po': dal Mit di Boston è salito subito alla Banca Mondiale come direttore esecutivo. Negli anni Novanta è tornato nel Belpaese diventando, come direttore generale del Tesoro, lo stratega di Giuliano Amato sul fronte delle grandi privatizzazioni. Fu lui il “timoniere” del “Britannia”, il panfilo della regina Elisabetta che, in una calda estate, ospitò tanti banchieri internazionali invitati sullo “yacht” con un unico obiettivo: convincerli a investire nel “made in Italy”. Poi un altro incarico oltreoceano, come vicepresidente della Goldman Sachs, e successivo ritorno a Roma da governatore di Bankitalia. Ma non è finita: l'ultimo “step”, senza tanti anni sabbatici, è stato proprio il vertice della Bce. Considerando tutti questi precedenti, alzi la mano chi pensa davvero che, lasciata Francoforte, Draghi se ne starà in panchina per tanto tempo: si accettano scommesse.

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