CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùdettagli

Draghi, oltre al nome corrano le sue idee

La politica farebbe bene a tener conto – piacciano o no- delle sue posizioni consolidate nel tempo sia come civil servant in Italia sia come banchiere centrale europeo

di Guido Gentili


default onloading pic

2' di lettura

Giunto alla fine del suo mandato alla guida della Banca centrale europea, a Mario Draghi avrà sicuramente fatto piacere che l'ex ministro della Finanze tedesco Wolfgang Schauble, ostico critico del timoniere della Bce, abbia lealmente ammesso che il banchiere italiano ha salvato l’euro. Basta questa lineare considerazione a rendere “irreversibile”, al pari della moneta unica europea, il giudizio finale su un mandato che rimarrà nella storia della politica monetaria e non solo.
Ma ora Draghi deve vedersela, in Italia, con altre spigolose evenienze. Nulla di paragonabile, naturalmente, ai confronti che lo hanno impegnato a Francoforte. Tuttavia la realtà va presa per quella che è. E quantunque impermeabile al chiacchiericcio politico-mediatico nazionale, l'ex banchiere centrale europeo, già Governatore della Banca d'Italia, direttore generale del Tesoro e vice presidente di Goldman Sachs per le strategie in Europa, non potrà evitare di prendere atto che sul suo nome, a cavallo della politica e dei mondi dell'economia e della finanza, si giocheranno nuove partite.

Draghi presidente del Consiglio, Draghi possibile nuovo Presidente della Repubblica all'elezione del 2022. Chi lo tira di qua, chi di là in un quadro politico incerto e dagli orizzonti nebulosi, punteggiati dalla campagna elettorale permanente. Il tatticismo della politica italiana, un po’ come il film cult “Wall Street”, non dorme mai. E non è di sicuro supportato dalla bussola della coerenza. Impegni e promesse vanno e vengono come i cambi di casacca. L’ascesa e la caduta di Mario Monti, così come il fulminante tragitto di Giuseppe Conte, offrono spunti seri di riflessione.
Peraltro, a complicare le cose nel frusciare delle parole e dei disegni politici, ci si mette la scarsa considerazione del “portato” intellettuale e professionale del nome messo ora in campo. Quasi fosse, questa, una variabile secondaria o comunque facilmente aggirabile.
Non è così. Nel caso di Draghi, ad esempio, la politica farebbe bene a tener conto – piacciano o no- delle sue posizioni consolidate nel tempo sia come civil servant in Italia sia come banchiere centrale europeo.

Allievo di Federico Caffè e formatosi poi al Mit di Franco Modigliani, Draghi ha sempre detto chiaro come la pensava. Giù le tasse ma giù anche debito e deficit, riforma della previdenza (innalzamento età pensionabile) e del mercato lavoro (con buoni ammortizzatori sociali), de-burocratizzazione, infrastrutture, grande spinta su istruzione e formazione (frequenti agli appelli sui giovani “mortificati”), liberalizzazioni e concorrenza. In sintesi estrema: modernizzazione per la crescita.

Draghi è un riformatore, e da timoniere della Bce (criticato in questo dai falchi europei) con le sue nuove politiche monetarie ha aperto una finestra per consentire ai governi di procedere con le riforme necessarie. In Italia, su questo punto, l'ascolto è stato basso. Da ultimo, non gli sono certo piaciuti provvedimenti come “quota 100” e il reddito di cittadinanza così come impostato. “I giovani – ha detto-non vogliono vivere di sovvenzioni ma semmai lavorare e allargare le opportunità”.
Nel chiacchiericcio sul suo nome, e mentre va sempre forte l'idea della redistribuzione prima della produzione del reddito, ricordarsene sarebbe utile. Oltre al nome, che corrano anche le sue idee.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...