Le regole della politica

Draghi, il Quirinale e una crisi di governo dagli esiti incerti

di Paolo Armaroli

(ANSA )

3' di lettura

Dopo tanta politologia, un po’ di diritto costituzionale non guasta. E allora diciamo subito che la marcialonga per il Quirinale avrà ufficialmente inizio martedì 4 gennaio dell’anno prossimo. Giorno dedicato a S. Ermete, che per assonanza ricorda l’ermetismo. E se così fosse, non sarebbe di sicuro un buon segno. Ma perché proprio il 4 gennaio? Ce lo dice il capoverso dell’articolo 85 della Costituzione. Dispone che la convocazione del Parlamento in seduta comune integrato dai 59 delegati regionali eletti dai rispettivi Consigli (tre per ogni regione, salvo la Valle d’Aosta che ne ha uno) avvenga 30 giorni prima della scadenza del mandato presidenziale. E siccome Mattarella scade il 3 febbraio e gennaio ha 31 giorni, ecco la data del 4 gennaio.

A provvedere alla convocazione provvede Roberto Fico perché – ai sensi del capoverso dell’articolo 63 della Costituzione – «Quando il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei deputati». Anche se in omaggio al galateo costituzionale, di fatto il giorno della convocazione è concordato con l’omologo del Senato, vale a dire Maria Elisabetta Alberti Casellati, che durante le votazioni siederà accanto al presidente Fico.

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A ogni buon conto, una cosa è la convocazione, una data certa, e un’altra cosa è l’effettiva riunione del collegio presidenziale. Che avviene in una data intermedia tra il giorno della convocazione e il giorno della scadenza del presidente della Repubblica in carica. E questo perché, se l’elezione avviene ai primi scrutini, avremmo per un certo numero di giorni ben due presidenti della Repubblica, uno eletto e non ancora insediato, e uno in carica ma non rieletto. E fu questo il motivo per cui si dimise anzitempo Sandro Pertini. Perché, come mi disse il 29 giugno 1985 qualche istante prima delle sue dimissioni, «quello lì, il sardo, è stato eletto dal Parlamento, mentre io sono stato sfiduciato».

Ma può anche darsi che le votazioni vadano per le lunghe. Come l’esperienza insegna. Difatti solo Cossiga e Ciampi sono stati eletti al primo scrutinio. Mentre Einaudi, Gronchi, Mattarella e Napolitano la prima volta sono stati eletti al quarto; Napolitano la seconda volta al sesto; Segni al nono; Pertini e Scalfaro al sedicesimo; Saragat al ventunesimo e Leone addirittura al ventitreesimo. Con il rischio, che finora è stato scongiurato per fortuna, di non avere un nuovo presidente quando quello in carica è già scaduto. Con una doppia soluzione prospettata: o il presidente scaduto è sostituito dal presidente del Senato, perché è quest’ultimo che ne esercita le funzioni in caso di sua assenza o impedimento, e poi il settennato non può durare un giorno di più; o sarà il presidente della Repubblica a rimanere in carica fino all’elezione del successore in quanto in tal caso non si tratterebbe di un impedimento vero e proprio come quello contemplato dal primo comma dell’articolo 86 della Costituzione. Perciò il Parlamento presumibilmente si riunirà nella settimana che va dal 10 e il 15 gennaio.

Nei primi tre scrutini è prescritta la maggioranza dei due terzi dei componenti, mentre a partire dal quarto è sufficiente la maggioranza assoluta, cioè la metà più uno degli aventi diritto. Se dovesse essere eletto Mario Draghi, nel momento in cui presta giuramento davanti al Parlamento, e perciò entra nell’esercizio delle sue funzioni, decadrebbe per incompatibilità da presidente del Consiglio. In mancanza di un vicepresidente del Consiglio, sarebbe il membro anziano del governo a presiederlo temporaneamente. Nella fattispecie, il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta.

A questo punto Brunetta sarebbe tenuto a rassegnare all’istante le dimissioni sue e dell’intero governo nelle mani del nuovo capo dello Stato. La tradizione risale ai tempi dello Statuto albertino. Dal momento che godevano della personale fiducia del re, i governi si presentavano dimissionari al successore. Che ad libitum poteva accettare o respingere le dimissioni. Mentre adesso, ne fanno fede le parole pronunciate da Mario Scelba al Consiglio dei ministri del 12 maggio 1955, le dimissioni altro non sono che «un doveroso omaggio anche se formale che si deve fare al nuovo Capo dello Stato». Ma questa volta, venuto meno il presidente del Consiglio, le dimissioni del governo rappresentano un preciso obbligo giuridico.

Si aprirebbe così una crisi ministeriale dagli esiti incerti: o un nuovo governo di fine legislatura – ma da chi presieduto e con quale maggioranza? – o lo scioglimento anticipato delle Camere. Un vero e proprio spauracchio. E poi si sa come cominciano le crisi di governo ma non si sa mai come finiranno. Perciò deputati e senatori confidano che Sergio Mattarella disdetti l’appartamento che ha già affittato dalle parti di via Salaria. Saranno accontentati? Vallo a sapere…

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