Dl Energia

Draghi soccorre l’ex Ilva: garanzia Sace e 150 mln per decarbonizzare

La garanzia dello Stato sul 90 per cento dei finanziamenti chiesti al sistema creditizio

di Domenico Palmiotti

(ANSA)

5' di lettura

Il Governo soccorre l’Ilva, Acciaierie d’Italia, col dl Energia. Due le misure adottate: la possibilità per l’azienda, al pari di tutte le altre che gestiscono stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale, di accedere al credito avendo l’ombrello della garanzia pubblica Sace per il 90 per cento dell’importo richiesto. Ma anche l’uso, per la decarbonizzazione a Taranto, di 150 milioni del patrimonio destinato (i fondi dei Riva) amministrato da Ilva in amministrazione straordinaria. Progetti di decarbonizzazione proposti da Acciaierie d’Italia (gestore della fabbrica) e attuati da Ilva in amministrazione straordinaria (proprietaria impianti).

Il sostegno Sace a Ilva era una strada che si era tentato di percorrere mesi fa. Si parlò di un intervento attorno ai 700 milioni ma non andò in porto. Nel frattempo, la situazione di liquidità dell’azienda si è aggravata. Il presidente Franco Bernabè ha detto che, con gli impianti sequestrati, Ilva aveva grosse difficoltà a rivolgersi alle banche, tant’è che per alleviare la situazione la stessa Ilva ha fatto, nelle scorse settimane, un accordo con Morgan Stanley per la cartolarizzazione di 1,5 miliardi di crediti. Adesso la garanzia Sace può permettere a Ilva di avere le risorse necessarie per fronteggiare lo sforzo produttivo cui è chiamata nel momento in cui le acciaierie elettriche del Nord si stanno fermando una dopo l’altra e la manifattura nazionale che usa l’acciaio, sta andando in crisi.

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Morselli: vogliamo essere sponda alla manifattura in crisi

L’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, lo ha anche detto ai sindacati nel primo incontro sulla cassa integrazione straordinaria per un anno, per ristrutturazione, chiesta per 3.000 dipendenti di cui 2.500 a Taranto. «Vogliamo sostenere la domanda di acciaio producendo quest’anno a Taranto 5,7 milioni di tonnellate e facendo girare la fabbrica con i 3 altiforni e le 2 acciaierie» ha infatti detto Morselli. E a giorni ripartirà l’altoforno 4 che era stato fermato per lavori al crogiolo. Il fatto che Ilva possa offrire al sistema nazionale l’acciaio che serve, è già stato valutato positivamente da Federacciai.

Intervento dopo il caso sul Milleproroghe

I 150 milioni per la decarbonizzazione, invece, riprendono in parte quello che il Governo aveva tentato di fare col dl Milleproroghe nelle scorse settimane. Si era profilata, con l’articolo 21, la possibilità di spostare dalle bonifiche in capo a Ilva in as, 575 milioni dei fondi che i Riva anni addietro hanno riportato in Italia su azione del Governo e della Procura di Milano. Difronte a questo trasferimento, però, il territorio è insorto, temendo per la continuità delle bonifiche mentre i commissari Ilva hanno dichiarato che quei soldi erano già stati in larga parte opzionati. Alla fine, l’articolo 21, in commissione Bilancio alla Camera, é Stato affondato dal voto convergente di Pd, M5S, Forza Italia, Italia Viva - pezzi di maggioranza -, a cui si sono uniti FdI, Alternativa e deputati del Gruppo Misto. Ma a parte l’intervento Sace e la decarbonizzazione, Draghi, nella conferenza stampa di ieri sera, ha annunciato anche altre misure nelle prossime settimane «per migliorare la capacità di Ilva di produrre acciaio». E il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, prima del Cdm di ieri, aveva posto il tema Ilva in cabina di regia.

Benaglia (Fim Cisl): ora rafforzare azienda

«Sono misure indispensabili che devono però ulteriormente rafforzare il piano di crescita produttiva e lo sviluppo dell’azienda». Così Roberto Benaglia, segretario generale Fim Cisl, commenta ad le misure assunte dal Governo. «Quando parliamo di rafforzamento, intendiamo - afferma Benaglia - il completamento degli investimenti ambientali e industriali nell’ex Ilva e la marcia del gruppo a pieno regime». Secondo Benaglia, «con le enormi difficoltà che stiamo scontando su energia e materie prime, Taranto è il vero polmone dell’acciaio per l’Italia visto che tutti sono in difficoltà. La manifattura italiana ha bisogno di acciaio e sarebbe grave che Taranto non potesse andare a pieno regime con i suoi impianti».

«Ecco perché - aggiunge il numero 1 di Fim Cisl - sono molto importanti gli incontri che stiamo facendo sito per sito di ex Ilva per capire il piano del 2022, che sarà un anno di transizione verso accordi più definitivi». «Poichè l’azienda è chiamata ad uno sforzo produttivo, ci aspettiamo - afferma Benaglia - di ridurre il numero dei cassintegrati, che l’azienda, attraverso la cassa straordinaria per un anno, ha chiesto per 3.000 dipendenti di cui 2.500 a Taranto».

«Mai come ora - evidenzia Benaglia - serve un salto di qualità che tenga bene insieme capacità produttiva e salvaguardia dell’occupazione». Benaglia infine dice che non bisogna temere impatti ambientali dall’aumento di produzione a Taranto.

«Sopra i 6 milioni di tonnellate annue Ilva non va, non può andare, perchè glielo impediscono le norme pubbliche e l’Aia, questo sino a quando gli investimenti ambientali non saranno definitivamente completati e la decarbonizzazione non sarà una prima realtà. Certo, che con una produzione che viaggia intorno ai 4 milioni di tonnellate come è stato sinora - conclude Benaglia - l’ex Ilva non può più stare perchè così l’azienda muore».

Confindustria Taranto: attenzione a territorio e indotto

«Col decreto Energia, il premier Mario Draghi e il Governo hanno dato un primo segnale importante verso l’ex Ilva in questo momento molto difficile», dice il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma. «Nel nostro incontro, Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d’Italia, ha detto che Draghi ci tiene al progetto dell’ex Ilva - commenta Toma - ed ecco perché reputiamo interessanti le misure inserite nel dl Energia».

«Adesso - osserva il presidente di Confindustria Taranto - attendiamo gli sviluppi. Che per noi si chiamano piano industriale dell’azienda e prospettive per il territorio e per l’indotto. Bene l’attenzione del Governo, ma adesso servono dialogo e confronto. Come Confindustria devo infatti tutelare la mia principale impresa associata, Acciaierie d’Italia, ma anche le 100 aziende dell’indotto che lavorano col polo siderurgico».

«Continuiamo, quindi, col dialogo e col confronto - afferma Toma - soprattutto se con la decarbonizzazione c’è da fare un percorso di 10 anni come ha detto Bernabè. Serve un tavolo di lavoro che non guardi solo solo alla produzione di acciaio, ma anche alla tutela dell’ambiente e della salute che sono temi vitali per Taranto».

I primi no della città

Le decisioni dell’esecutivo incontrano però i primi no a Taranto, cittá che in primavera voterá per il sindaco. «Siamo lieti che, dopo mesi di confusione e incertezza, il Governo abbia ripreso finalmente a occuparsi delle sorti dell’ex Ilva. Tuttavia, non possiamo che dirci profondamente delusi e preoccupati per parole ed iniziative che mirano esclusivamente all’aumento della capacità produttiva» dice Rinaldo Melucci, del Pd, sindaco uscente e candidato della coalizione di centrosinistra con Dem e M5S alleati.

«Vorremmo chiedere al Governo quando arriverà il momento di affrontare le questioni rilevanti per la città, che sono la tutela dell’ambiente, della salute dei tarantini e delle aspettative dei lavoratori» sostiene Melucci che conclude chiedendo «una valutazione preventiva del danno sanitario» e il rilancio «delle misure economiche in favore dell’area ionica».

Per inciso, Melucci é stato anche il sindaco che, per ragioni di tutela ambientale, ha firmato l’ordinanza di chiusura dell’area a caldo, validata dal Tar Lecce ma stoppata a giugno scorso dal Consiglio di Stato. Contesta la misura del dl Energia anche un altro candidato sindaco, Massimo Battista, cassintegrato Ilva ed ex M5S, a capo di “Una cittá per cambiare”, per il quale si vuole solo «rilanciare la produzione e, ancora una volta, non è presente nessun cenno alle bonifiche e alla salvaguardia della salute dei tarantini».

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