Il dopo mattarella

Draghi spariglia i partiti, M5S-Pd-Leu non hanno i numeri per eleggere da soli il Capo dello Stato

Il centrosinistra (centrato su M5S-Pd-Leu) si ferma a quota 459, sono 46 grandi elettori in meno rispetto ai 505 necessari

di Andrea Marini

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Il centrosinistra (centrato su M5S-Pd-Leu) si ferma a quota 459, sono 46 grandi elettori in meno rispetto ai 505 necessari


2' di lettura

Con la crisi che ha portato alla formazione del governo Draghi, si fa sempre più incerta la corsa per scegliere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. La speranza della vecchia maggioranza di centrosinistra che sosteneva il Conte 2 (Pd-M5S-Leu) era quella di poter eleggere tramite un accordo al proprio interno il nuovo capo dello Stato (il mandato di Mattarella scade il 3 febbraio 2022). Ma prima la rottura con Italia Viva, poi l’espulsione dal M5S di 15 senatori e 21 deputati hanno reso i numeri del centrosinistra non più autosufficienti.

Le regole per l’elezione del capo dello Stato

I giochi inizieranno ufficialmente il 3 gennaio 2022 (un mese prima della scadenza del mandato di Mattarella), quando il presidente della Camera convocherà i 630 deputati – al momento 629 per il seggio lasciato vacante a Siena dal Pd con Pier Carlo Padoan diventato presidente di Unicredit – i 321 senatori e i 58 delegati regionali (a parte la Valle d’Aosta che ha un solo delegato, ogni consiglio regionale elegge tre delegati, due della propria maggioranza, uno dell’opposizione). Nelle prime tre sedute servono i due terzi dell’assemblea (673 voti) per eleggere il capo dello Stato, dal quarto scrutinio in poi si scende alla maggioranza assoluta (505).

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Centrodestra in vantaggio tra i delegati regionali

Il calcolo della suddivisione tra le coalizioni dei delegati regionali è abbastanza facile, visto che da qui alla primavera del 2022 non ci saranno nuove elezioni regionali, a parte quella della Calabria (dove il centrodestra però è in netto vantaggio). Al centrosinistra dovrebbero andare 26 delegati regionali, 32 al centrodestra.

L’alleanza di centrosinistra perde pezzi

La maggioranza di centrosinistra che ha sostenuto il governo Conte (M5S, Pd e Leu, più altri alleati minori) ha prima perso il sostegno di una quarantina di parlamentari di Italia Viva. Poi, dopo il via libera al governo Draghi, ha visto l’espulsione di 36 parlamentari del M5S che non hanno votato la fiducia all’ex governatore della Bce. Al momento, la pattuglia di grandi elettori del centrosinistra si ferma a quota 459, vale a dire 46 in meno della quota minima (505) che servirebbe per eleggere il capo dello Stato dal quarto scrutinio.

Cresce il peso del centrodestra

Diventa quindi un obbligo, per il centrosinistra, allargare la propria base, facendo un nome in grado di uscire dal perimetro dell’alleanza M5S-Pd-Leu. Anche perché il centrodestra (Lega, FdI, Fi e alleati minori), non è poi così lontano: allo stato attuale ha 437 grandi elettori. E diventa decisiva quella pattuglia di 112 grandi elettori (da Italia Viva a +Europa, passando per la zona grigia del gruppo misto) che non possono essere immediatamente ricondotti né all’alleanza M5S-Pd-Leu né a quella Lega-FdI-Fi.

L’ipotesi del Mattarella bis

Alla luce di questo scenario, nei giorni scorsi era circolata l’ipotesi che i partiti potessero chiedere a Mattarella la disponibilità a un bis a tempo, un po’ quello che era successo con Giorgio Napolitano nel 2013. In sostanza, Mattarella verrebbe rieletto a inizio 2022, per poi dimettersi nella primavera del 2023, dopo l’elezione del nuovo parlamento. Con un nuovo parlamento ci sarebbero nuovi equilibri. E non è escluso che Mario Draghi, finito il suo lavoro a Palazzo Chigi, possa essere in grado di riconfermare l’ampia maggioranza che lo ha voluto premier anche per la corsa al Quirinale.

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