intervento alla Fondazione Jean Monnet

Draghi: gli Stati europei non si richiudano in se stessi

di Riccardo Sorrentino


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(REUTERS)

3' di lettura

Rilanciare il progetto europeo. Ridando alle istituzioni comunitarie tutto il loro ruolo. È un Mario Draghi tutto politico quello che ha ricevuto oggi a Losanna la Medaglia d’oro della Fondazione Jean Monnet pour l’Europe. L’occasione giusta per allontanarsi dai tecnicismi della politica monetaria e aprirsi a orizzonti più vasti.

L’esempio di Jean Monnet, uno dei padri di quella che oggi è l’Unione europea (e l’Unione monetaria) ha permesso a Draghi di precisare un pensiero che più volte, da presidente della Banca centrale europea, ha espresso. Monnet, ha ricordato, ha fornito un metodo ancora attuale, che suggerisce non solo efficacia delle istituzioni, l’insistenza sulla sussidiarietà, un senso di direzione e una preoccupazione per la legittimità democratica dell’Europa, ma che soprattutto prevede un trasferimento di poteri verso istituzioni comuni.

Draghi ha molto insistito su questo punto. Non ha ricordato - e per correttezza istituzionale non poteva farlo - in quale contesto cadono queste parole. L’esperienza della Bce, nell’immediato dopo crisi, è stata quella di un richiudersi degli Stati in se stessi: ciascuno ha affrontato i propri problemi, bancari innanzitutto, creando quella frammentazione finanziaria che Draghi ha dovuto affrontare con grande energia all’inizio del suo mandato. Con l’accordo di Deauville tra Angela Merkel e François Sarkozy, il 18 ottobre 2010, è inoltre iniziato un progressivo spostamento del potere europeo dalle istituzioni comunitarie ai governi, quello di Berlino e quello di Parigi in particolare. Con effetti deleteri per l’architettura dell’Unione.

Monnet non sarebbe stato d’accordo; e neanche Draghi sembra esserlo. Le istituzioni e le procedure intergovernamentali hanno fallito - ha detto ripercorrendo e rendendo attuale l’esperienza del politico francese - mentre occorre cedere sovranità alle istituzioni comunitarie adottando la regola della maggioranza, e non quella della unanimità. «Quando il trasferimento di potere a un’ente sovranazionale era il modo migliore di ottenere pace, ricchezza e sicurezza, lui non lo vedeva come un fattore che limitava la sovranità delle nazioni, ma piuttosto come un modo di unirla e di estenderla», ha detto.

L’efficacia è, sulla base del metodo Monnet, il criterio centrale. Tre ragioni rendevano - nel ’74, quando Monnet esplicitò in un discorso citato da Draghi il suo approccio - e rendono oggi necessario lavorare insieme: il peso diminuito dell’Europa nel mondo; il cambiamento della struttura delle relazioni internazionali, che ha eroso il significato dei confini, e il riferimento esplicito di Draghi è ai cambiamenti climatici, agli effetti dei bilanci statali sui capitali mobili, al terrorismo; l’impegno al libero commercio, che è una scelta politica fondamentale per la prosperità ma anche il frutto di negoziazioni internazionali nelle quali ha grande importanza il potere contrattuale che l’Europa - «l’effetto Bruxelles» - può garantire a ciascun suo Stato membro.

Stare insieme in Europa, insomma, non significa perdere il controllo, ma «è precisamente un modo di assicurarsi il controllo di eventi che gli Stati nazionali, agendo da soli non possono più influenzare», ha spiegato Draghi.

Il presidente della Bce ha voluto anche sottolineare che il pragmatismo del metodo Monnet, basato tutto sull’efficacia delle istituzioni e sul principio di sussidiarietà, deve essere accompagnato - per evitare che questo approccio abbia risultati frammentari - da un senso di direzione. Un richiamo importante oggi che si torna a parlare - ma Draghi non vi ha fatto esplicito riferimento - a un’Europa a più velocità (come, del resto, è sempre stato il processo di integrazione).

Occorre finire i progetti iniziati, innanzitutto. Anche per assicurare l’efficacia dell’Unione «C’è un vasto accordo - ha detto Draghi - sul fatto che l’Unione economica e monetaria resta incompleta. Sarà difficile però andare avanti se non abbiamo una visione condivisa su cosa dovrebbe essere un’Unione monetaria completa. E questo non solo perché una simile visione ci aiuterebbe a orientare i passi che stiamo facendo oggi, ma anche perché renderebbe il processo pienamente trasparente ai cittadini».

Draghi ha quindi dedicato una parte importante del suo discorso alla trasparenza, all’accountability e alla legittimità democratica delle istituzioni europee. È stata una risposta esplicita all’euroscetticismo che anima molti cittadini dell’Unione. Anche perché, ha spiegato Draghi, alla Ue vengono attribuite colpe che non ha, come la mancata crescita dei Paesi del sud Europa, legata alle mancate riforme strutturali e quindi alla bassa produttività, non certo alla moneta comune e alla politica monetaria unica.

Tre cose occorrono, allora. «Chiarezza negli obiettivi», «efficacia» e un processo democratico che dia ai cittadini controllo non soltanto sugli eventi, ha detto Draghi, ma anche sulle politiche dell’Unione europea, sono i fattori che servono oggi per ridare slancio al progetto di Monnet e soprattutto per dare all’Europa una «affectio societatis», la volontà di essere soci, partner, di stare insieme. Questo obiettivo in particolare, ha concluso, «dovrebbe incoraggiarci ad ascoltare le domande che vengono poste all’Europa e a essere ambiziosi nelle nostre risposte».

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