mafia, gli arresti di oggi

Droga e gioco online, ecco gli affari della Cupola 2.0

di Nino Amadore


Colpo a Cosa nostra: 46 arresti, fra loro l'erede di Riina

4' di lettura

Mettere a sistema le relazioni, rafforzare il controllo sul territorio, continuare la penetrazione nell’economia, massimizzare i profitti dei grandi business criminali: dalla droga al gioco on line. Con una governance della mafia forte ricostituendo e rendendo operativa quella Commissione provinciale in cui siedono i principali rappresentanti dei 15 mandamenti del palermitano e che non si riuniva dal 1993, anno in cui fu arrestato Totò Riina: Commisione che, si ricorderà, è stata fondata alla fine degli anni ‘50, al Grand Hotel et des Palmes di Palermo, durante una riunione tra i rappresentanti delle famiglie mafiose americane e siciliane.

Morto il capo, u zu Totò, i cinquantenni e quarantenni, nuovi esponenti di una mafia che si muove a passo felpato ma che non smette di controllare il territorio, hanno avviato le grandi manovre per continuare a “governare” affidandosi a un uomo «devoto a Cosa nostra», famoso per le sue doti di equilibrio e diplomazia: l’ottantenne Settimo Mineo, ufficialmente gioielliere ma capo del mandamento di Pagliarelli, di fatto considerato il nuovo capo di Cosa nostra palermitana affiancato da altri tre boss di lunga esperienza.  La commissione è tornata a riunirsi, come emerge dalle intercettazioni, alla presenza di altri “vecchi di paese”, e cioè di reggenti di mandamenti mafiosi esterni a Palermo, il 29 maggio scorso. Mineo sarebbe stato il capo, «il soggetto di maggior autorevolezza che aveva preso la parola durante la riunione e aveva chiesto a tutti gli intervenuti il rispetto delle regole spiegandone i contenuti e le modalità di esecuzione»: era pronto ad andarsene negli Stati Uniti ma il visto sul passaporto gli è stato negato. E al termine i mafiosi intercettati hanno definito la riunione «una cosa molto seria».

Si potrebbe riassumere così la strategia della Cupola 2.0 come emerge dall’omonima operazione condotta dai carabinieri di Palermo che hanno messo le manette a 46 esponenti della mafia palermitana eseguendo un ordine di fermo emesso dalla Procura antimafia guidata da Francesco Lo Voi: in carcere 4 capi mandamento, 10 tra capi famiglia, capi decina e consiglieri, nonché 30 uomini d'onore e altri 2 responsabili di reati fine. Tutti soggetti ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni consumate e tentate, con l’aggravante di avere favorito l’associazione mafiosa denominata Cosa nostra, fittizia intestazione di beni aggravata, porto abusivo di armi comuni da sparo, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno in associazione mafiosa.

È uno spaccato di politica criminale quello che emerge dagli atti giudiziari dei quattro procedimenti avviati dai magistrati del capoluogo siciliano e che stanno alla base del provvedimento di fermo eseguito oggi. La Commissione provinciale, spiegano gli inquirenti, ha ristabilito le vecchie regole di Cosa nostra, cristallizzate in una “cosa scritta”; ha deciso in capo a chi far ricadere la capacità di interlocuzione fra mandamenti, per la discussione e risoluzione di interessi illeciti comuni, individuando dei portavoce, delegati e presentati ufficialmente dagli stessi capi mandamento. Alla nuova cupola, per dire, è affidato il compito, grazie a periodiche riunioni, di scegliere i vertici delle famiglie mafiose (e in tal senso durante la prima riunione si accennano a due casi: quello relativo alla scelta del capo del mandamento della Noce e quello relativo alla scelta del capo della famiglia mafiosa di Bagheria), dirimere gli eventuali contrasti tra i componenti delle varie articolazioni, nonché sanzionare gli uomini d'onore in caso di inadempienze o comportamenti censurabili allontanandoli temporaneamente o definitivamente dalle rispettive famiglie.

Giovani boss che si muovono nel solco della tradizione e il fine resta sempre quello dell’infiltrazione nell’economia legale grazie a un ruolo che la mafia ha sempre avuto, quello di agenzia di servizi pronta a risolvere i problemi più svariati: dal recupero crediti alla mediazione di controversie. Dando risposte rapide e concrete a quegli insospettabili imprenditori che si rivolgono ai boss per la soluzione dei loro problemi. E c’è sempre da gestire, in pieno accordo, i grandi business criminali: negli ultimi anni è tornato alla grande il traffico di droga mentre continua il controllo sul gioco on line. Che poi sono la punta dell’iceberg di interessi più vasti. L’analisi delle interdittive delle prefetture ha confermato interessi di Cosa nostra nei campi più vari: dall’agricoltura, alla distribuzione di carburante (molto apprezzate dai boss le pompe di benzina), all’energia alternativa che, come è noto, garantisce un ottimo drenaggio di fondi pubblici. Come conferma il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho che spiega: «Per anni la commissione di Cosa nostra è stata sbilanciata sulla figura di Riina. Col suo arresto tutto si è fermato, la commissione non ha funzionato più. Dopo la morte del padrino corleonese i capi hanno sentito l'esigenza di muoversi e ridisciplinare l'organizzazione. È necessario cogestire gli affari come la droga e il traffico di rifiuti in cui la mafia fa accordi con 'ndrangheta e camorra e serviva una struttura che fosse punto di riferimento. La designazione di Mineo al vertice - ha spiegato - significa che la commissione è tornata a spostarsi a Palermo, dopo decenni di strapotere corleonese e che Palermo è tornata centrale».

E poi, ovviamente, tra gli affari mafiosi ci sono pur sempre le estorsioni: sono 28 i taglieggiamenti scoperti dai carabinieri guidati dal colonnello Antonio Di Stasio. Tra i settori presi di mira dagli estorsori commercianti e imprenditori soprattutto nel settore delle costruzioni: solo nove vittime hanno spontaneamente denunciato il racket del pizzo. «Questa operazione - dice Lo Voi - conferma l’importanza della creazione delle direzioni distrettuali antimafia, nate 27 anni fa per dare spazio, nel contrasto alla mafia, a una visione unitaria del fenomeno che non fosse un mero approccio atomistico ai singoli gruppi associativi. L’Italia ha strumenti legislativi avanzatissimi nel contrasto alle mafie che ci vengono invidiati da molti Paesi e competenze investigative tra le migliori del mondo, personalmente penso che sarebbe necessario un fermo biologico nelle riforme. Non mi azzarderei a chiedere modifiche legislative in questo momento. I risultati raggiunti dimostrano l’efficacia delle leggi che abbiamo anche se come tutte le cose umane siamo nel campo del perfettibile. L’importante è sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo».

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