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Dubbi dagli Usa sulla clorochina, ecco quello che sappiamo sinora sulle terapie

«Non è certo il farmaco universale come nessun altro al momento», dice l'infettivologo Roberto Cauda. Oltre agli antivirali il ruolo importante degli antinfiammatori e dell'eparina

di Nicola Barone

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(AFP)

«Non è certo il farmaco universale come nessun altro al momento», dice l'infettivologo Roberto Cauda. Oltre agli antivirali il ruolo importante degli antinfiammatori e dell'eparina


4' di lettura

Dagli Stati Uniti arriva qualche nuvola sulla clorochina, farmaco antimalarico tra quelli sperimentati contro il virus SARS-CoV-2 e che era stato indicato dallo stesso Trump come un vero e proprio “game-changer” agli esordi. Uno studio, ancora non pubblicato, mostra come la clorochina addirittura aumenti il rischio di morte e anche le nuove linee guida National Institutes of Health ne sconsigliano l'uso. «Non disponiamo di una terapia per Covid-19 con la T maiuscola e dunque si stanno provando molecole alcune delle quali hanno una lunga storia come la clorochina. Esistono studi a favore e altri che ne mettono in luce soprattutto gli effetti avversi, comunque fa parte a buon diritto dell'armamentario in questo momento disponibile», dice Roberto Cauda, ordinario di Malattie infettive all'Università Cattolica di Roma.

In combinazione con l'antibiotico azitromicina, costituisce il protocollo messo a punto dall'infettivologo Didier Raoult, in Francia, con risultati a suo dire clamorosi. «La clorochina non è certo il farmaco universale, né la clorochina né alcun altro. Peraltro l'Aifa in relazione agli effetti collaterali potenzialmente anche gravi ha prescritto che i due farmaci del protocollo di Raoult non vanno usati insieme, salvo in alcuni casi, insomma c'è grande prudenza da noi. È una situazione fluida, dinamica, in cui le acquisizioni ci sono e sono sempre molto rilevanti. Ma non c'è ancora la parola fine su niente».

Quali sono i trial internazionali in corso
Dall'Organizzazione mondiale della sanità è stato avviato il programma Solidarity, a cui partecipano svariate decine di Paesi ed è da qui che si attendono le evidenze più rapide che potrebbero arrivare a breve. L'idea è vedere come si comportano medicine approvate per altre malattie e di cui è dimostrata la sicurezza, o se non approvate che hanno dato buoni risultati in vitro o per alcune di esse negli animali sui coronavirus di SARS e MERS. «È chiaro che non stiamo parlando della penicillina. Quando fu introdotta alla fine della Seconda Guerra mondiale chi aveva per esempio la polmonite se ne giovava in modo chiaro e senza discussione. Qui parliamo di miglioramenti, a volte maggiori a volte minori, e a mio avviso quel che è cruciale è la precocità dell'utilizzo, il timing».

Quattro sono “i bracci” di Solidarity, come spiega l'infettivologo. Clorochina e idrossiclorochina; il remdesivir, un antivirale sperimentale testato dall'Università di Chicago con buoni risultati su 113 pazienti gravi; una combinazione di due farmaci per l'Hiv, il lopinavir e ritonavir; e gli stessi due per l'Hiv aggiunti al beta-interferone, messaggero del sistema immunitario che può aiutare a fermare i virus.

Nel Regno Unito è partito il più grande studio al mondo per il trattamento dei pazienti con Covid-19 a una velocità senza precedenti e si spera in elementi utili entro poche settimane. In Discovery sono stati reclutati 5mila pazienti in 165 ospedali pubblici in tutto il Paese (altri si aggiungono mano a mano). Idrossiclorochina e azitromicina sono stati testati qui separatamente, per capire se si verificano effetti collaterali e poter poi essere associati in seguito. Uno studio internazionale, infine, si concentra su clorochina e idrossiclorochina come prevenzione su 40mila pazienti.

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Le più promettenti acquisizioni nella terapia
«Si fanno questi studi proprio perché non c'è certezza né dell'efficacia né dell'inefficacia di quelle molecole. Oltre agli antivirali va ricordato che c'è un ruolo straordinariamente importante degli antinfiammatori, quale è il tocilizumab che blocca il recettore dell'interluchina-6 diminuendo la compromissione polmonare. In molti pazienti, anche se non in tutti, ha rappresentato un vero punto di svolta». Inoltre, aggiunge lo specialista che dirige l'Unità operativa complessa Malattie infettive del Gemelli, «altro importante elemento emerso nelle ultime settimane è che l'infiammazione alla base delle forme più gravi è complicata dall'embolia polmonare e quindi sperimentiamo l'uso estensivo anche nelle fasi più precoci dell'eparina a basso peso molecolare».

Dagli anticorpi neutralizzanti una prospettiva utile
Negli ultimi giorni sono circolate numerose interpretazioni per le quali le morti da SARS-CoV-2 andrebbero ascritte non tanto a problematiche respiratorie quanto alla formazione di coaguli di sangue in vene o arterie che bloccherebbero la circolazione. «Il dato più grave rimane la polmonite interstiziale. Che poi ci siano delle localizzazioni a livello anche cardiaco o di altri organi nelle forme più gravi è innegabile e tutto questo porta all'aggravamento del malato», suggerisce Cauda.

Una strada praticabile in mancanza di un vaccino sono anche le terapie con infusione degli anticorpi dal plasma dei guariti. «Idea interessante già utilizzata per la SARS, una procedura che per le modalità con cui si realizza non so quanto possa applicarsi a grandi numeri. Ma di utile ci dice che i soggetti affetti da questa malattia producono anticorpi e questi sono neutralizzanti. Per quanto tempo, questo è il grosso enigma».

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