Rapporti24

Due binari per la formazione 4.0

di Marco Taisch


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3' di lettura

La rivoluzione 4.0 in Italia è iniziata e sta producendo i primi frutti, ma è presto per cantare vittoria. Sono molte le imprese che hanno investito in nuovi impianti grazie agli incentivi fiscali e, tuttavia, non riescono ancora a sfruttare appieno le opportunità derivanti dall’integrazione tra meccanica tradizionale e digitale, che richiede nuove competenze per guidare macchine complesse. L’investimento in formazione è l’elemento chiave perché il 4.0 possa davvero produrre i benefici aspettati. Un’urgenza che deve essere affrontata dagli imprenditori, per permettere all’Italia di cogliere fino in fondo la trasformazione digitale.

Una premessa necessaria: il Piano Impresa 4.0 (già Industria 4.0) fino ad ora è stato un successo. Lo dicono i numeri. Iper e super ammortamento hanno generato nuovi investimenti in impianti di ultima generazione. Con l’Osservatorio Industria 4.0 del Politecnico di Milano abbiamo stimato un mercato italiano dei progetti di Industria 4.0 (riferito alle tecnologie abilitanti e ai servizi collegati) superiore a 2,3 miliardi di euro nel 2017, in particolare soluzioni di industrial IoT, analytics e cloud manufacturing. È una buona notizia, perché l’Italia ha esigenza di ammodernare i suoi macchinari, che sono più vecchi e meno competitivi di quelli dei diretti competitor, come Germania e Francia.

Gli imprenditori ne hanno preso consapevolezza, in un momento storico particolare, nel pieno della quarta rivoluzione industriale. Una volta però sostituire un impianto industriale era simile a comprare un’auto nuova con un motore più potente: bastava mettersi alla guida per andare più veloce. Oggi non è più così. Un impianto 4.0 è un’auto con un motore identico al precedente, ma con una dotazione di elettronica, sensoristica e sistemi di controllo capace di renderla molto più veloce, sicura e performante. Una macchina più complessa, che non è scontato sapere condurre. Bisogna formare i piloti, quelli di oggi e di domani.

Nessuna sorpresa, è normale procedere prima con l’adeguamento delle macchine e poi con il capitale umano, ma non c’è più tempo. La formazione si deve indirizzare su target diversi. Servono digital skill di base per i giovani delle scuole secondarie di secondo grado e delle università, che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi anni. E poi serve formazione “sul campo” per i lavoratori che oggi operano su quelle macchine. Le scorse rivoluzioni industriali erano più lente, consentivano un ricambio di competenze nelle generazioni successive; oggi l’evoluzione tecnologica è repentina e impone un adeguamento immediato.

È importante che la formazione sia finalizzata a potenziare le competenze di raccolta, lettura e comprensione dei dati, cruciali per prendere le giuste decisioni. Perché il 4.0 non è l’automazione industriale dei decenni scorsi, il vero salto in avanti è costituito dalla possibilità “cognitiva” delle macchine, che consente di usare modelli decisionali di gestione degli impianti basati sulle grandi quantità di informazioni disponibili. Dobbiamo formare persone in grado di leggerle.

La crescita delle competenze 4.0 è un’urgenza per la nostra impresa, perché il gap rispetto ai competitor industriali europei è alto e rischiamo di rimanere indietro nella sfida della competitività. Nel nuovo contratto dei metalmeccanici sono previste 8 ore l’anno di formazione obbligatoria per i lavoratori: un passo avanti, ma siamo distanti dai livelli di altri Paesi industriali avanzati. Purtroppo, le imprese italiane non sembrano aver capito fino in fondo che il “revamping” del capitale umano è cruciale quanto quello dei macchinari.

Una sfida tutt’altro che facile, perché formare una persona è complesso e richiede tempo, ma una sfida da cogliere subito. Gli strumenti non mancano. Ci sono gli incentivi fiscali, con il credito di imposta al 40% dedicato proprio alla crescita delle competenze tecnologiche. Ci sono i Competence Center, pensati per la formazione dei tecnici. È il momento di farne uso, provando a ribaltare un’idea cristallizzata erroneamente nelle relazioni industriali: che la formazione sia solo un diritto dei lavoratori. È anche un’occasione per l’impresa, che deve cogliere la trasformazione 4.0 per non esserne travolta. Per evitare che la grande opportunità digitale diventi una minaccia.

L’autore è docente del Politecnico
di Milano-School of Management
Manufacturing Group

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