CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùLE RAGIONI DEL FLOP

Lega-M5S, 2 diverse idee di popolo: così è fallito il laboratorio sovranista d’Europa

Non c'è contratto che tenga se Lega e M5S hanno in mente il riferimento a due idee di Paese completamente diverse

di Alberto Orioli

Trionfa la politica come arte dell’ipocrisia

3' di lettura

L’Italia come primo laboratorio sovranista nel vecchio cuore dell’Europa dei fondatori è fallito.
È stata proprio l’idea di popolo a far confondere i due contraenti del Governo del cambiamento.
Non c'è contratto che tenga se Lega e M5S hanno in mente il riferimento a due idee di Paese completamente diverse.
Lo ha detto bene Paolo Savona al Meeting di Rimini: è fallita la suggestione di mettere insieme l’anima produttivista con quella assistenzialista. La fusione a freddo non si è realizzata.

La Lega resta il partito del Nord, delle regioni di frontiera nella corsa all’innovazione, alla manifattura integrata 4.0. Guarda alla platea dei piccoli e piccolissimi imprenditori che dell’Italia sono un vero esercito. Le priorità sono due: l’abbattimento dell’iperburocrazia che impedisce di far nascere e prosperare facilmente le imprese, sempre intese dalla legislazione italiana come un’anomalia da controllare; la riduzione del carico fiscale che, nel Paese ad evasione record, diventa di quasi il 60% per i contribuenti onesti.

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È questo retroterra che arma anche il potenziale conflitto dei leghisti con l’Europa: derogare ai vincoli per mettere in campo un’azione fiscale per rilanciare lo sviluppo e l’impresa è un’azione che, nella visione di medio periodo dei guru di Salvini, restituisce il denaro speso con gli interessi perché crea generatori di ricchezza. Comunque non si tratta di assistenzialismo.

E anche nello scontro con l’Europa Lega e M5S hanno retroterra diversi: le priorità di Di Maio sono state tutte volte a recuperare gli ultimi con azioni di pura assistenza. Misure prive di effetti moltiplicatori e dunque anche più difficili da sostenere in caso di conflitto con i custodi dell’ortodossia dei bilanci dell'Europa. Con l’aggravante di perseguire un disegno esplicitamente contrario alle grandi opere e alle infrastrutture.

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Non lo hanno mai esplicitato, ma Salvini e Di Maio, i gemelli populisti, andavano al conflitto con l’Europa con visioni e armamentari culturali completamente diversi. La contraddizione non è mai esplosa perché il duo Conte-Tria è riuscito a mantenere con Bruxelles una interlocuzione tradizionale, nel solco degli altri Governi italiani, evitando il folklore di certe crociate e i pericoli che avrebbero creato con lo spread.

C'è una certa deriva calvinista (la grazia è nelle opere) nell’elettorato leghista quando si parla di spesa pubblica: per il cosiddetto popolo padano, in genere, deve servire a far funzionare i servizi pubblici aumentandone tempestività, efficienza, diffusione su tutto il territorio.

È questo forse il tratto più divaricante tra Lega e M5S: i seguaci di Di Maio invece hanno in mente un popolo di esclusi in attesa di un’attenzione concreta da parte dello Stato. Un esercito di diseredati che aspetta solo un sussidio pubblico per tirare a campare. Il riscatto non passa dall’aumento dei servizi, delle infrastrutture, delle dotazioni tecnologiche intesi come mezzi per creare e aumentare la ricchezza da redistribuire, ma da una elargizione monetaria che, sommata ai benefici di un’economia informale molto diffusa, rende la vita più che tollerabile.

Due modi diversi d'interpretare il libero arbitrio dello sovranità e, soprattutto, due fotografie di popolo opposte.

La Lega in più ha calcato i tratti di una rinnovata identità culturale, di una ritrovata italianità. Su questo i 5 Stelle sono rimasti più distaccati anche perché la loro ossessione di non manifestare orientamenti ideologici riconducibili al passato li ha resi fluidi anche sull’idea dell'identità nazionale, mentre la Lega ha creato le pericolose condizioni per riesumare i demoni del 900. In questo caso il populismo pentastellato era solo un cascame culturale inventato alla bisogna per creare un'assonanza con il mood leghista.

Nata con la suggestione dei riti celtici di Umberto Bossi e delle sue ampolle sul Po, la Lega di Matteo Salvini ha fatto evolvere la pratica mediatica del presunto culto pagano in una vera e propria conversione ai simboli cristiani (ostentati fino all’eccesso, fino a creare imbarazzo anche nelle gerarchie della Chiesa) di cui si è vista ampia esibizione anche nel discorso al Senato.

Anche questa iperbole religiosa è funzionale all’idea salviniana dell'identità sovranista che, tra l'altro, rivitalizza la celebre discussione sulle radici cristiane che tanto divise l’Europa quando si tentò di scrivere la Costituzione europea. Che tra l’altro, nel Preambolo, parlava dell'Europa «come spazio privilegiato della speranza umana».
Forse basta questa notazione per persuaderci che serve ben altro che un sovranismo alle vongole per battere quel sogno. Ed è anche per questo che il laboratorio dei due populismi italiani non ha funzionato.

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